Ugo Dotti.
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Gli scrittori e la storia.
La narrativa dell'Italia unita e le trasformazioni del romanzo da Verga ad oggi.
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Parte 3.
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2012. Nino Aragno Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Capo 3. Le testimonianze (narrative) di Pier Paolo Pasolini.
Capo 4. Il conte philosophique di Leonardo Sciascia.
Capo 5. L'indecifrabilit della vita: Gesualdo Bufalino.
Capo 6. Il senso della storia nell'opera di Vincenzo Consolo.
Capo 7. Il romanzo-confessione di Salvatore Satta.
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Parte terza.
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Mondo contadino e mondo operaio. Trasformazioni e crisi. Il linguaggio Premessa.
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Capo 1. Il mito contadino nel romanzo di Ferdinando Camon.
Capo 2. Realt e utopia nel mondo contemporaneo: Paolo Volponi.
Capo 3. Lingua e dialetto nella ricerca di Luigi Meneghello.
Capo 4. Epilogo: solo cronista o anche narratore?
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FINE Indice.
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Capo 3. Le testimonianze (narrative) di Pier Paolo Pasolini.
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1 Se per unanime giudizio Calvino pu ritenersi, con Gadda, lo scrittore letterariamente pi significativo del pieno e secondo Novecento, Pier Paolo Pasolini, fatte salve le sue peculiarit d'artista,  stato colui che ha sicuramente fatto pi parlare di s, ben conosciuto anche da coloro che frequentano la letteratura solo dall'esterno, e persino da coloro che non la frequentano affatto: baster qui dire, tanto sono cose note, che la sua figura ebbe a dominare per circa vent'anni?-?dalla clamorosa comparsa del suo primo romanzo Ragazzi di vita nel 1955 1 alla sua morte violenta e rimasta impunita avvenuta ai primi di novembre del 1975 2 ?-?la scena culturale e letteraria italiana. Per molteplici motivi. Anzitutto per essere stato, oltre che notevole poeta, romanziere, fine ed efficace saggista, uno sceneggiatore cinematografico e teatrale e, soprattutto, un sempre pi fortunato regista, dall'esordio di Accattone (1961) a Sal e le 120 giornate di Sodoma del 1975; e tutti comprendono bene come questa sua attivit cinematografica abbia fatto s che l'opera sua, il suo modo di pensare e certa sua maniera d'inquadrare la vita non abbiano tardato a divenire di dominio pubblico e, attirando consensi o dissensi, a creare addirittura attorno alla sua figura quasi una sorta di mito. Per essersi quindi imposto, ancor prima di raggiungere la fama di cineasta e di sceneggiatore teatrale, con quel suo romanzo prima accennato, Ragazzi di vita (cui subito dopo, nel '59, segu Una vita violenta ) come un narratore decisamente di rottura?-?e di rottura non tanto o non solo per il narrato; (la ragazzaglia delle borgate romane nell'immediato dopoguerra), ma per il linguaggio col quale quell'infimo sottoproletariato racconta la sua amara e squallida esistenza, onde le denunce di oscenit e di turpiloquio che portarono lo scrittore in tribunale 3 . Per aver partecipato senza riserve e senza risparmio?-?dando tra l'altro vita con Francesco Leonetti e Roberto Roversi a quella rivista Officina che per quasi cinque anni (1955-59) sembr quasi segnare una cerniera storica tra il languente neorealismo e le nascenti avanguardie?-?ai dibattiti letterari del tempo suo, gettando in essi tutta la sua passione e, come  stato ben detto 4 , sempre alzando una bandiera che in quel momento era indubbiamente da alzare, ossia quella intorno alla quale ci si poteva radunare per fare qualcosa di utile. Per avere infine scatenato, nel corso del celebre Sessantotto, in ispecie dopo i gravissimi scontri avvenuti a Roma, in marzo, tra studenti e polizia sui viali di villa Giulia, una violentissima polemica nei confronti di quegli pseudo-rivoluzionari che la borghesia stessa produrrebbe, a suo giudizio, onde fagocitarli e rafforzarsi. Sappiamo bene, del resto, che la posizione di Pasolini nei confronti della contestazione studentesca rimase sempre una posizione di totale sfiducia e quasi di derisione; il che peraltro registr, nel luglio del 1974, con queste parole: La Contestazione  finita e nessuno parla pi non solo della Contestazione ma neanche della sua fine. Dove sono scomparsi quelle migliaia e migliaia di giovani che coi loro striscioni e i loro slogans gremivano, solo fino a poco tempo fa, le strade e le piazze della Penisola? Essi hanno lasciato in eredit due cose: a) la perdita di ogni rispetto umano [...] b) alcuni manuali e articoli sulla guerriglia urbana messi poi in pratica dai fascisti 5 .

2 Queste le pi vistose testimonianze dell'esperienza di vita e di cultura di Pasolini: comunque le si voglia giudicare diciam subito che qui, in questo nostro rapido profilo dello scrittore, ci limiteremo a discutere della sola sua opera di narratore 6 .

Gli anni friuliani: Il sogno di una cosa

3 L'infanzia e l'adolescenza di Pasolini furono non poco errabonde. Nato a Bologna nel marzo del 1922 da Carlo Alberto, ufficiale di vecchia famiglia ravennate, e da Susanna Colussi, maestra elementare di Casarsa per la quale nutr un affetto quasi mostruoso come lo stesso figlio ammise, dovette subito adattarsi ai continui trasferimenti d'ufficio del padre: Parma, Belluno, Conegliano, Salice, Cremona, Reggio Emilia e di nuovo Bologna dove, nel '45, si laure in lettere. Ma quando il padre dovette partire per la guerra in Africa Orientale, la madre si trasfer a Casarsa, nel Friuli, e di questo periodo lo stesso Pasolini parl in questi termini 7 :

Vi fu quindi il lungo soggiorno in Friuli durante la guerra, dove andammo sfollati per evitare i bombardamenti su Bologna (mio fratello mor in Carnia combattendo con i partigiani). Il Friuli  stato dunque il mio secondo ambiente formativo, anche se era piuttosto artificioso avendolo io scelto ed eletto a una sorta di luogo ideale per la poesia e per le mie fantasie estetizzanti, mistiche. Fu comunque importante per me, e in particolare fu l che diventai un marxista, in modo alquanto insolito [...] Feci infatti la scoperta oggettiva dei contadini friulani attraverso l'uso assolutamente soggettivo del loro dialetto. Nell'immediato dopoguerra i braccianti erano impegnati in una massiccia lotta contro i grandi proprietari terrieri del Friuli [...] e per la prima volta mi trovai di fronte alla lotta di classe. Non ebbi esitazioni e mi schierai subito con i braccianti. I braccianti portavano sciarpe rosse al collo, e da quel momento abbracciai il comunismo, cos, emotivamente. Poi lessi Marx e alcuni dei pensatori marxisti.

4 Il Friuli?-?Casarsa?-?come il luogo eletto dal giovane Pasolini per dispiegare le sue fantasie mistico-estetizzanti; la scoperta della lotta di classe promossa dai contadini contro i grandi latifondisti; l'abbraccio emotivo del comunismo e l'adesione, rinvigorita dallo studio dell'opera di Marx (e di Gramsci) alle teorie rivoluzionarie: ecco le successive tappe dell'educazione formativa del Nostro: la passione che si fa ideologia, senza la quale la passione stessa diverrebbe cosa sterile. Anche se sar da dire, come in realt  stato pi volte detto, che Pasolini fu un comunista che non riusc mai ad essere comunista e che rimase sempre ai margini del movimento operaio organizzato rivendicando l'ortodossia al momento dell'eresia e l'eresia al momento dell'ortodossia, cosa che peraltro costitu il suo dramma non solo politico-letterario ma etico.

5 Ad ogni modo, accanto alle prime prove di poesia in dialetto friulano ( Poesie a Casarsa del 1942) 8 , ossia nella lingua materna nel senso vero e proprio della lingua della madre Susanna Colussi, testimonianza anch'essa dell'idoleggiamento sia pure indiretto che Pasolini ebbe per la figura materna, ecco la stesura del suo primo romanzo, quel Sogno di una cosa che, scritto nel 1948-49 come gi s' detto, ossia all'estremo confine di questi suoi anni friulani (nel gennaio del 1950 Pasolini partir con la madre per Roma), verr pubblicato, riveduto e restaurato, soltanto nel 1962, sette anni dopo quel suo Ragazzi di vita che gli decret il turbinoso successo presso il grande pubblico. Quale l'oggetto di questo romanzo d'esordio e, soprattutto, cosa significa il suo titolo? Ce lo dice il breve passo di una lettera di Marx apposto ad epigrafe, nel quale si sostiene che compito dell'uomo  riformare la propria coscienza non gi per via dogmatica ma mediante una risoluta autoanalisi: Apparir allora?-?vi si dice?-?che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa. Dove la cosa, ovviamente,  la completa trasformazione della societ. Ancora una volta, per riprendere le ben note affermazioni pasoliniane, passione e ideologia; prima passione e poi ideologia', o meglio prima passione, ma poi ideologia' 9 .

6 Quanto all'oggetto esso  il mondo contadino friulano nel quale, a quel tempo, il giovane scrittore era immerso proprio come s'immerger, venendo a Roma, nel mondo delle borgate. N qui n l, pertanto, si pu dire che ci sia un vero e proprio protagonista. Qui un Milio, un Eligio, un Nini che fanno come da punto di riferimento ai diversi scenari che via via si susseguono ora con accenti pi sereni e naturalistici, ora con tratti pi mossi e violenti, talora anche brutali. Dalle pedalate in stormo da un paese all'altro in cerca dell'avventura amorosa e, naturalmente, sempre punteggiate dalle battute sguaiate nelle soste all'osteria (S sacramento, sacramentaccio cane) o in quelle lungo i filari degli alberi per spander acqua come ubbidendo a un rito insopprimibile, tutti in fila e di spalle quasi per rinnovare un dovere o una tradizione, si passa cos a quelle scene, pi amare e drammatiche che fanno rivivere ci che loro accade quando, nel tentativo di trovar lavoro in un paese finalmente socialista, espatriano in Jugoslavia. Perch questi giovani contadini e braccianti che non posseggono, quando la posseggono, che la loro bicicletta; che nei loro paesi sul Tagliamento debbono perennemente assistere alle sopercherie dei pochi che hanno tutto e alla miseria delle plebi che non hanno nulla (sullo sfondo, oltretutto, della desolazione del primo dopoguerra); questi giovani che si vedono alla fine costretti all'alternativa tra il morire di fame e l'espatriare, sono istintivamente dei comunisti?-?dei comunisti appunto, come abbiamo accennato prima, alla Pasolini. Donde l'estrema decisione.

Tutta la loro compagnia venne ad accompagnarli alla stazione di Casarsa a prendere il treno e a bere l'ultimo bicchiere di bianco insieme: Milio aveva portato la fisarmonica, e si salutarono cantando e gridando.

E piangendo anche. Ma quelli erano i giorni della speranza: la guerra pareva ormai lontana e, per la giovent, cominciava la vita.

Verso le quattro del pomeriggio arrivarono a Gorizia e per passare il tempo vollero salire sul castello. Di lass, in cima ai bastioni che sorgevano sopra un colle, si poteva vedere lungo una distesa verde e azzurra di alture e montagne, il confine con la Jugoslavia e la Jugoslavia stessa, come addormentata nel sole.

Coi loro fagotti ai piedi, i ragazzi guardavano zitti verso quell'orizzonte limpido, turchino e imbevuto di luce che toglieva il respiro, lungo le curve delle prealpi, tra boschi, borgate e radure. Proprio sotto il castello, sul costone di una collina, si vedeva a non pi di due o trecento metri una strada bianca, disegnata tra case e orticelli; degli uomini vi camminavano; una donna venne alla finestra a sbattere un panno. L non c'era pi l'Italia: pareva che non ci fosse pi mondo o che avesse inizio un mondo del tutto nuovo, libero, luminoso 10 .

7 Si faccia attenzione a quelle poche frasette: Quelli erano i giorni della speranza; per la giovent cominciava la vita; pareva che avesse inizio un mondo del tutto nuovo, libero, luminoso?-?e si potr meglio comprendere l'amarezza della delusione che presto i nostri giovani dovranno subire: l'avvilente ritorno e il dover ricominciare da capo la lotta in un paese ideologicamente ostile. La cosa sognata comincia a farsi molto lontana, molto difficile a conquistarsi.  vero: le pagine dedicate alla lotta di classe che tanto suggestion e commosse il giovane Pasolini quando questi braccianti, in patria, si gettarono, negli scontri con la polizia, a occupare le ville dei grandi latifondisti in nome del lodo De Gasperi (l'applicazione cio di un beneficio di guerra) 11 , sono pagine commosse e, non raramente, molto vibranti e tali che, nella loro semplice immediatezza, non possono che suscitare il consenso del lettore. Cos quando un anziano capofamiglia cerca di smorzare i furori ribellistici del Nini invocando quella religione che ha insegnato ai subalterni ignoranti e sboccati il dovere della rassegnazione, ecco il Nini prorompere: Rassegnarci a che cosa??-?ed aveva gli occhi che gli brillavano nella faccia di moro; e, al collo, ben stretto, il fazzoletto rosso che gli dava un'aria quasi da bandito.

8 Un tratteggio, dicevamo, cos semplice da apparire persino elementare ma che delinea efficacemente cos'abbia significato in Italia, e soprattutto nel Veneto, l'ossessiva presenza della religione e della Chiesa.

Rassegnarsi ripet cupo il Nini. A voi magari non vi manca niente; avete il granaio e la cantina pieni; coi vostri cinquanta ettolitri di vino potete comprarvi un vestito per la festa all'anno, tutti quanti, e per di pi mettere qualche soldo da parte... So anch'io che poi siete di Chiesa, e se a qualcuno scappa una bestemmia come a Anuta poco fa, vi scandalizzate! 12 .

9 Un tratteggio, ripetiamo, semplice e elementare, tutto intriso di quella pietas che mentre rappresenta, insieme, la forza e la debolezza di Pasolini scrittore, rifulge particolarmente?-?in chiusa del romanzo?-?nella descrizione della morte di uno di questi braccianti comunisti, Eligio, consunto dalle fatiche e da una non curata ferita sul lavoro. Quando, ormai moribondo, il Nini lo va a trovare sul suo letto di morte, egli punta a un tratto un dito verso di lui e pronuncia, gemendo, delle parole apparentemente senza senso:

Una cosa, pareva dicesse, una cosa!. E accennava, come ammiccando, a qualcosa che sapevano bene lui e il Nini, e Milio, Ma non parlava, non riusciva a dire che cosa fosse. Ce l'aveva negli occhi. Non sarebbe riuscito a dirlo nemmeno quand'era forte e pieno di vita; figurarsi se riusciva a dirlo adesso che stava morendo 13 .

10 Il sogno di sovvertire lo spietato ordine tradizionale per crearne uno migliore e pi giusto, cos ingenuamente ancorch generosamente inseguito, non pu che risolversi nell'illusione del sogno. Qualcosa di meglio, in ogni caso, del rimanere abbarbicati al dovere della rassegnazione.

Gli anni romani: i borgatari di Ragazzi di vita e di Una vita violenta

11 Nel gennaio del 1950, abbiamo detto, Pasolini si trasfer a Roma con la madre (il padre raggiunger moglie e figlio l'anno seguente). Sono dapprima anni difficili, materialmente difficili, rimanendo lo scrittore, com'egli stesso confess, un disoccupato disperato, di quelli che finiscono col suicidio. Dopo aver abitato presso il Portico d'Ottavia si sistem in borgata vicino al carcere di Rebibbia, a Ponte Mammolo. Intravedi gli scenari che saranno protagonisti dei due romanzi che gli daranno il grande successo: Ragazzi di vita uscito nel 1955 da Garzanti e Una vita violenta apparso quattro anni dopo presso lo stesso editore. Questi due libri che, rispetto al Sogno di una cosa, avanzano di qualche anno nel tempo ma retrocedono riguardo alla maturit dei soggetti umani che vi fungono da protagonisti?-?non pi quei contadini o braccianti friulani che sanno almeno cosa significhi la lotta di classe e che per una pur ingenua liberazione dall'oppressione padronale generosamente si battono, ma esponenti di una sottoumanit che non crede, un poco bestialmente, se non nelle canagliate della forza sopraffattrice e che di conseguenza, sia pure in modo estremamente generico, si esalta nel ricordo di Benito Mussolini dominatore di popoli e di femmine -; questi due libri, dicevo, possono ben essere considerati una sorta di dittologia o, ancor meglio, una continuazione e un approfondimento, nel secondo, del vasto quadro ritratto nel primo. Dapprima, quanto mai mosso anche se quanto mai insistito e ripetuto, lo scenario: la Roma principalmente delle borgate ma anche del suo centro storico, luogo privilegiato delle scorribande notturne dei nostri giovani e giovanissimi borgatari; quindi, esemplata in quella di Tommasino Puzzilli, la storia della breve esistenza di questi personaggi che altro non sembrano aver di mira se non una sgangherata volont di esistere e, per cos dire, di affermarsi. E siccome  proprio e solo a questa prosa romanzesca che Pasolini deve, con lo scalpore che cre, la notoriet e il successo, ci sembra opportuno esaminare i due romanzi come fossero un'opera sola, come in parte del resto .

12 Esaminiamone anzitutto il linguaggio che, col suo scandaloso prorompere sulla pagina letteraria con un profluvio di espressioni gergali oscene (in romanesco), fece certo il suo effetto. Fu per il lettore, come  stato benissimo detto 14 , un ricevere tanti colpi, e questi colpi sembrarono, l per l, immagini di una novit in grado di rompere effettivamente con la tradizione. Ma quale tradizione? A parte quella soggettivistica e intimistica, sicuramente non in auge negli anni Cinquanta, c'era quella del neorealismo incentrata sull'eroe positivo che intendeva riprendere (a suo modo) la nozione gramsciana della cosiddetta letteratura nazional-popolare 15 , ma non si pu certo parlare di eroi positivi per i Riccetti e i Tommasi di Pasolini. Aveva insegnato Zola, in polemica con il grande romanzo di Stendhal, che lo scrittore, per descrivere un ambiente, doveva anzitutto conoscerlo a fondo e questo messaggio, a torto o a ragione, era passato in Capuana, in Verga, in De Roberto e nel cosiddetto romanzo verista. In questo panorama, nel quale tra l'altro il termine di neorealismo circol particolarmente in ambito cinematografico e solo in un secondo tempo pass in quello letterario; in questo panorama dicevo, inevitabilmente molto frastagliato, il romanzo pasoliniano colp essenzialmente in quanto, forse per la prima volta con tanta ossessiva insistenza, presentava un mondo di reietti e di giovani e giovanissimi malandrini che la buona borghesia, che cominciava ora a godere dei rispettabili frutti del benessere economico, aveva sempre considerato, e sempre considerer, la vergognosa macchia del vivere sociale: la turpitudine dalla quale stare sempre lontani. E non solo questo, ma il romanzo pasoliniano dava a siffatto mondo di volgari sottoproletariati e a siffatta infima plebe borgatara che non apriva bocca se non per esprimere una sconcezza, un'oscenit o una bestemmia, dignit letteraria e dignit di lingua: la presentava e l'imponeva. Salivano in primo piano i fiji de mignotta e le zoccole, i miserabili d'ogni sorta sempre pronti al furto, al ladrocinio, al crimine piccolo e meno piccolo; tutto insomma un universo di furfanti e furfantelli, di sbandati, che cercavano di affermarsi non con lo sgobbo ma con la violenza pi plebea. E che per di pi, come s' detto, imponevano e catturavano l'interesse del lettore con la loro parlata e la trasmettevano, come ben si vide nelle successive esperienze cinematografiche. E mai che lo scrittore cercasse di prendere in qualche modo le distanze. Al contrario. Cultore quale era della parlata dialettale?-?alla fine del 1952 era uscito il suo importante lavoro sulla poesia dialettale del Novecento?-?Pasolini, in questo linguaggio dell'ambiente romanesco s'era immerso toto corde , avendo perfino fatto di Sergio Citti il suo consulente-parlante. N si poteva dire che sulla pagina dei suoi due romanzi ci fosse il distacco, ora critico ora ironico, che mostr sempre un Gadda, poniamo, nel suo Pasticciaccio ; c'era invece, se pure emotivamente commossa, la piena adesione alle basse figure del mondo che veniva rappresentando e che d'altra parte, giuste le raccomandazioni di Zola, l'autore conosceva alla perfezione sottolineandone spesso, quasi senza averne l'aria, una certa innata e istintiva generosit. Ora infatti si poteva leggere come il Riccetto, un pischello che dal primo giorno della cresima e della comunione si era venuto via via incanagliendo, rischiasse d'improvviso la vita per porre in salvo una rondine; ora come uno dei peggiori esponenti di questa fauna che s'era sviluppata nelle borgate romane nell'immediato dopoguerra?-?di queste figure per le quali la grana era la fonte di ogni piacere e ogni soddisfazione in questo zozzo mondo 16 ?-?non esitasse ad affrontare una morte quasi epica per sfuggire ai carabinieri che erano venuti per arrestarlo. E la pagina con la quale lo scrittore lo rappresenta all'obitorio, attorniato dai compagni accorsi per dare al defunto l'ultimo saluto, lo conferma 17 :

Amerigo stava disteso sul letto col vestito blu nuovo, la camicia bianca e le scarpe nere. Gli avevano incrociato le braccia sul petto, anzi sul doppiopetto di cui da un par di domeniche era tanto orgoglioso, andandosene per Pietralata con la camminata cattiva. I soldi se l'era procurati facendo una rapina in via dei Prati Fiscali: aveva scucito al micco una trentina di mila lire, e per levarsi una soddisfazione lo aveva pestato a sangue: e cos s'era fatto il vestito blu, e andava in giro con quello con un umore pi da bestia del solito. C'era da far bene attenzione a come lo si guardava, e gli amici suoi della borgata, vigliacchi e falsi con lui, sapevano ungerlo senza mostrarlo troppo, ma altri giovani che non lo conoscevano, incontrati nelle sale da ballo o a qualche biliardo, erano tornati a casa con l'occhi gonfi e le gengive sanguinanti: e fortuna per loro che Amerigo era stato diffidato a andare in giro col coltello. Era un vestito coi calzoni a tubo, la giacca corta con le spalle larghe e rotonde: teneva il colletto della camicia bianca sbottonato e i capelli pettinati alla ghigo. Adesso l, s'era lasciato mettere pazientemente, come una vittima, le mani in croce sul doppiopetto: ma il colletto gli stava ancora sbottonato alla malandrina incorniciandogli il volto che era stato da morto anche quand'era vivo. Tanto che pareva si fosse appena addormito, e faceva ancora paura.

13 Indubitabilmente ci che campeggia in questa scena funebre  da un lato il doppiopetto blu che il morto s'era conquistato con la violenza di un eroe barbarico e che rappresentava il suo orgoglio e, dall'altro, quel suo volto che, pur da morto, incuteva ancora terrore. Non  certo il disgusto per un'esistenza sciagurata ci che il quadro suggerisce s piuttosto, se non finisco per dir troppo, il ricordo delle armi d'Achille.

14 Orbene: la trasposizione sul piano dell'epos?-?e sia pure di un epos brutale, primitivo e non poco sgangherato?-?di questi personaggi che non sembrano che obbedire a una legge animalesca di vitalit, rappresenta l'intento e il proposito di fondo trasmessoci da Pasolini, un messaggio in realt molto velleitariamente gramsciano nel prendere in esame un'umanit che pi che vivere sopravvive e che in termini scientificamente marxiani si definisce del sottoproletariato.

15 Indubitabilmente nel secondo di questi suoi due romanzi, ossia in Una vita violenta, lo scrittore mir anche a fare emergere, in quella sottoumanit da lui presa in considerazione e per la prima volta fatta assurgere a dignit letteraria (nessun parallelismo  invero possibile con la plebe di Gioachino Belli), la luce di una coscienza civile e di umana solidariet meno effimere e precarie. Cos il protagonista del romanzo, Tommaso, chiude la sua esistenza e il libro con una morte buona, avendola affrettata, turbecolotico quale era, gettandosi in acqua in una perfida stagione per salvare una famiglia dall'inondazione dell'Aniene. Si  detto in proposito che  sempre l'affiorare, nel Pasolini nero, del Pasolini rosa, del Pasolini dai toni deamicisiani o pascoliani. Il che  vero anche se fino a un certo segno, sia perch la scena con la quale lo scrittore ritrae l'improvvisa decisione di Tommaso di aiutare gl'infelici non fa che suscitare i cinici dileggi dei compagni:

Lo riconosci pi Tommaso, te?

Come, nun lo conosci? fece pastoso il Budda.  San Tommaso, er santo dell'alluvionati!

16 sia perch, quando sul letto di morte e tra continui sbocchi di sangue i compagni, contriti, lo vanno a trovare portandogli due pere e due banane, egli trova ancora la forza di schernirli a sua volta:

La frutta, me portate? Ma che fate? Li fiori, me dovete port!

Piantala, a Puzz! gli fece il Zucabbo mettendo le pere e le banane sul letto: ma gli scappava da piangere, pure a lui.

Che ca... piagnete, qui se c' uno che deve piagne, so' io, fece Tommaso. Che? Morite voi?

17 E subito dopo:

Ma annatevene! disse Tommaso. Invece che stamme a fa compagnia a me, annate a rompeve le corna de fora, che oggi  domenica!

Volt la faccia da quell'altra parte, e non parl pi.

18 In altre parole: abbiamo assistito alla morte di un giovane le cui responsabilit di fondo vanno a carico, assai pi che di un'indole perversa, a quella di una societ perversa. Il sogno della cosa appare sempre pi lontano.

19 Negli anni Cinquanta, comunque, Pasolini si dedic tutto alla rappresentazione di un giovane sottoproletariato romano che egli ritenne di conoscere alla perfezione e che, nella sua elementarit, non gli parve potesse presentare aspetti particolarmente problematici, anche se chi abbia letto le autobiografie della leggera raccolte da Danilo Montaldi 18 , ossia i racconti che della propria vita di sbandati a lui dettarono i piccoli teppisti della bassa pianura padana e del cremonese in particolare, si rende subito conto come questo mondo cos basso e socialmente cos dispregiato abbia in realt un'umana sensibilit ed un senso della propria dignit assolutamente incomparabili col modo d'essere raffigurato da Pasolini. I suoi componenti, per esempio, tendono fin che possono ad esprimersi in lingua italiana e, soprattutto, ad evitare il turpiloquio; a dare nel pi concreto modo possibile un significato alla propria esistenza, a giustificarne le devianze e a sottolineare le inevitabili necessit degli errori o dei misfatti commessi. Vive in loro insomma, per bassa che sia, la consapevolezza d'essere degli uomini. In Pasolini, al contrario, c' sempre, e solo e soltanto, l'arroganza del giovane strafottente, il gusto d'esibire tale strafottenza, il piacere (irragionevole) di ostentarla come un atto di violenta e altrettanto irragionevole rivendicazione, oltre naturalmente al bisogno, sovente puramente gratuito, di immergersi sino in fondo nelle turpitudini del sesso. Di qui?-?altrettanto naturalmente e inevitabilmente?-?quell'universo linguistico che raccoglie e chiude, artisticamente in modo perfetto, questo basso universo umano?-?anzi romano?-?che  effettivamente riuscito a dar poi vita a quel clich dell'abitante di borgata della capitale che si  infine definitivamente imposto grazie alle diverse e numerosissime versioni cinematografiche. Non stupisce dunque che, a partire dagli anni Sessanta, lo scrittore di Ragazzi di vita e di Una vita violenta si dedicasse quasi completamente a un'intensissima attivit di regista cinematografico (pressoch un film all'anno), tanto pi che nel novembre del 1965 Pasolini, con la raccolta narrativa intitolata su suggestione di Sartre Ali dagli occhi azzurri 19 , aveva mostrato come, dal 1957 al 1962, si fosse tutto dedicato alla sceneggiatura ( La notte brava , Accattone , Mamma Roma , La ricotta ) ma come in precedenza, in racconti rimasti per di pi allo stato d'abbozzo, per esempio in Appunti per un poema popolare (che porta la data 1951-52), ci fossero gli incunaboli di una figura che poi tronegger in Ragazzi di vita , ossia quell'Amerigo, terrore dei compagni, di cui abbiamo rievocato prima la morte. Vi leggiamo 20 :

La notte  al suo colmo, a Pietralata, su quegli accordi isolati, sonori, in mezzo agli intonachi sordi per essere troppo imbevuti di fango e di sole [...] Amerigo si accosta al gruppo; un altro gruppo  pi in fondo, tra gli scorci ancora pi desolati; sta per prendere fisionomia una lite. Alcuni del primo gruppo pensano che  meglio andarsene, salutano e svoltano tra i vuoti degli stabbi che servono da case; altri pregano uno che canti [...] Rapporti di Amerigo con loro. Tutti lo rispettano per la sua tremenda forza; egli non lo dimentica un istante e ha continuamente l'aria, riposata, di non voler profittarne mentre, in verit, la sua ininterrotta, angosciante aspirazione  di far ingoiare i denti a qualcuno, di pestarlo, magari di ammazzarlo.

20 Lungamente vagheggiato e preparato, e finalmente realizzato con l'imponente e scandaloso dittico romanzesco, il piccolo epos delle borgate di Roma poteva cos ritenersi definitivamente concluso. Dal marzo del 1968, con l'uscita presso Garzanti di Teorema , prender vita un nuovo Pasolini che tenter di affrontare sempre meglio e sempre pi radicalmente, per dirla con Volponi che ci ha trasmesso i suoi propositi 21 , le condizioni di sudditanza della nostra borghesia e del nostro presuntuoso neocapitalismo.

Nel fuoco della polemica: Teorema - La Divina Mimesis - Petrolio

21 Nel marzo del 1968 esce dunque da Garzanti Teorema, un'opera inizialmente concepita come tragedia in versi (la settima) e passata quindi a soggetto di un film sennonch, sembrando in un primo tempo che tale film non fosse realizzabile, fin per divenire il canovaccio di un racconto. Tale racconto, da ultimo, si  sostanzialmente divaricato in due diversi prodotti: nella sceneggiatura vera e propria del film e in un'opera letteraria abbastanza autonoma. Vediamo brevemente quest'ultima, il primo passo che Pasolini compie nella nuova direzione.

22 Si tratta di una storia?-?vi dichiara al suo inizio il suo autore?-?che non ha una successione cronologica, in quanto i fatti di cui si compone sono compresenti e contemporanei e il tutto non vuole essere, come sempre dichiara l'autore, un racconto realistico, ma una parabola. Gi con la soppressione delle dimensioni del tempo e dell'ambientazione storica che costituivano un poco il fulcro dei romanzi precedenti, possiamo renderci conto di quanto Pasolini abbia mutato registro con la narrazione, in due parti, dell'improvviso irrompere del soprannaturale?-?un essere dalla bellezza celestiale?-?in una famiglia borghese (in senso ideologico non in senso economico precisa lo scrittore) volutamente descritta come del tutto normale, con i consueti conflitti fra genitori e figli, la stanchezza della vita di coppia, le ovvie e conseguenti insoddisfazioni fisiche oltre che spirituali. Ebbene: la subitanea ma non inattesa apparizione di questo ospite socialmente misterioso?-?una sorta di incarnazione dello strumento di liberazione dai mali della storia?-?produce uno sconvolgimento universale onde ciascuno dei membri della famiglia non trover altra soluzione alle proprie passioni se non nella dissoluzione completa di s, mentre una redenzione tutta particolare sar riservata alla domestica di casa, la proletaria Emilia. Ci che invero Pasolini vuole sostenere con questa sua operetta?-?il cui titolo  emblematico del freddo rigore col quale l'azione si svolge?-? che il sacro non pu irrompere nel conformismo borghese se non con lo scandalo della violenza, e questo perch, in tale conformismo, esso non ha pi alcuna parte, cos come non ne hanno tutti i valori che vi sono connessi, dalla purezza della natura all'originaria semplicit di cuore. Sennonch, mentre sconvolge tutte le abitudini del comune esistere (fino alla tragedia e alla morte), sa anche scuotere le anime e scuotendole salvarle, rendendole finalmente consapevoli del loro peccato: il mortale abbandono di s al conformismo e a una totalmente acritica rassegnazione alle norme della borghesia. E se qui la polemica ha ancora un tono moderato dato l'allusivo contesto della parabola nella quale s'inserisce, essa diviene pi esplicita nell'opera successiva, quella Divina Mimesis che, consegnata all'editore Einaudi nel 1975 (l'anno in cui Pasolini venne ucciso), uscir postuma.

23  un'idea che risale al 1963?-?ebbe a confessare l'autore?-?ma finora non sono riuscito a trovare la chiave giusta. Volevo fare qualcosa di ribollente e magmatico; ne  uscito qualcosa di poetico come Le ceneri di Gramsci , anche se in prosa. Per questo pubblico appena i primi due canti: a un Inferno medioevale con le vecchie pene si contrappone un Inferno neocapitalistico. Risulta cos abbastanza chiaro che le poche pagine di questo progetto risalente alla met degli anni Sessanta e che venne pubblicato come un documento (ma anche per far dispetto ai suoi nemici ond'essi, aggiungendo disprezzo a disprezzo, avessero una ragione in pi per andare all'inferno) 22 , altro non  che una mimesis della grande Commedia dantesca, stesa s in prosa (anche se i capitoli si chiamano canti), ma in un linguaggio che tende a recuperare tutta la varia gamma delle sue possibilit, da quella lirico-intimistica a quella luminosamente descrittiva a quella violentemente sarcastico-denigratoria. Anche per il poco che questo ambizioso progetto ha saputo realizzare 23 , esso mostra esplicitamente la sua vis polemica, particolarmente nel denunciare come nessuno sia pi in grado di prestare ascolto, nella realt storica di questo inferno contemporaneo, alla voce di verit che lo scrittore cerca inutilmente di diffondere?-?anche se poi questa voce, come  stato giustamente osservato,  una voce che non sa trascendere le ossessive passionalit personali (sesso compreso), tanto che perfino la guida che egli incontra nella selva oscura della sua esistenza e che, egli scrive, poteva essere tanto Gramsci quanto Rimbaud o addirittura Charlot, sembra essere sostanzialmente il Pasolini del periodo friulano: Non avevo invece davanti a me che lui, un piccolo poeta civile degli Anni Cinquanta, come egli amaramente diceva: incapace di aiutare se stesso, figurarsi un altro. Eppure era chiaro che al mondo?-?nel mio mondo?-?non avrei potuto trovare?-?bench cos misera, cos, come dire, paesana, cos timida?-?altra guida che questa 24 . La verit  che Pasolini non seppe parlare se non di se stesso, qualunque fosse l'argomento dei versi o degli scritti narrativi. Incarn la posizione dell'attore perpetuamente in scena e con quel tanto di esibizionistico, naturalmente, che tale scelta non poteva non comportare.

24 E veniamo, qui in conclusione, a Petrolio o come altro il libro avesse dovuto intitolarsi; ossia a quel romanzo dalle proporzioni gigantesche che avrebbe dovuto rappresentare, secondo le parole dello stesso Pasolini in un'intervista alla Stampa del 10 gennaio 1975, una specie di summa di tutte le sue esperienze, di tutte le sue memorie e che usc postumo nel 1992 presso Einaudi con una nota filologica di Aurelio Roncaglia. Non staremo ora a discutere?-?quaestio anche sin troppo vexata e riguardante non solo gli ultimi libri di Pasolini ma tanti romanzi o presunti romanzi del secondo Novecento?-?se si tratti di una narrazione tradizionale o di un romanzo-saggio; e chi ne volesse sapere di pi non ha che da leggere la lettera che, appunto su questa questione, il Nostro diresse ad Alberto Moravia e che si trova stampata in appendice allo stesso Petrolio; ci limiteremo a dire che, iniziato nei primi anni Settanta e proseguito sino alla tragica scomparsa del suo autore (novembre 1975), esso , costituito da circa centocinquanta lacerti narrativi definiti dall'autore appunti (alcuni pi brevi, altri molto pi consistenti e continuativi), il grosso frammento (circa seicento pagine) di un'opera che chi la stava scrivendo prevedeva estendersi alle duemila. In una precedente intervista del 26 dicembre 1974, su Il Mondo, aveva infatti dichiarato: Nulla  quanto ho fatto da quando sono nato in confronto all'opera gigantesca che sto portando avanti: un grosso Romanzo di 2000 pagine. Sono arrivato a pagina 600 e non le dico di pi per non compromettermi; e queste stesse misure le ripeteva in altri colloqui e interviste dei primi mesi del '75. In altri termini: l'opera di una vita affidata a sapienti messaggi pubblicitari in un'epoca nella quale tali messaggi cominciavano a decidere, oltre che dell'interesse del pubblico, del valore di un lavoro letterario. Nonostante che per ragioni sue caratteriali Pasolini si compiacesse di tenere in gran dispitto intellettuali e gazzettieri, era anch'egli, indubitabilmente, un abile scrittore di professione, soprattutto quando si trattava di lavori che si caratterizzavano pi per le loro ambizioni che non per la salda e consapevole forma artistica nella quale si sarebbero dovuti realizzare.

25 Ad ogni modo quale fosse l'idea-principe di questo Petrolio ?-?concepito appunto durante gli anni della crisi petrolifera mondiale?-?appare con notevole chiarezza da quanto ci  stato testimoniato da Paolo Volponi che, nel suo ultimo incontro con Pasolini (1975), cos ricorda le sue parole 25 :

Finito Sal [Sal e le 120 giornate di Sodoma] non far pi cinema, almeno per molti anni. Voglio rimettermi a scrivere. Anzi, ho cominciato a scrivere. Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S'intitoler Petrolio. Ci sono tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo, come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che  quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturit, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso capitalismo.

26 Cos fissato il quadro di fondo, Pasolini prosegue:

Ci sar dentro tutto e ci saranno vari protagonisti. Ma il protagonista principale sar un dirigente industriale. Per questo [commenta Volponi] si era rivolto a me; per avere indicazioni e anche materiale sulla vita dell'industria, sulle abitudini e sul linguaggio dei mondi chiusi del potere industriale; per avere schemi organizzativi dei processi aziendali.

27 Indi Pasolini prosegue:

Poi ci sar anche un uomo della banca. Ci saranno anche dei protagonisti a livello popolare, quasi inarticolati [...] nemmeno pi con dialetti perch i dialetti sono ormai finiti con questa lingua orrenda dei comunicati dei telegiornali, della pubblicit, del recitativo ufficiale, per cui finir magari che quelli pi colti parleranno in un certo modo letterario con un gusto del dialetto assunto come distinzione e quelli meno colti, addirittura analfabeti, parleranno un po' come certi nostri ministri democristiani alla televisione, con tutti questi ione', enti', enze', ecc.

28 A parte le ultime osservazioni sulla progressiva morte dei dialetti ad opera del linguaggio televisivo, il progetto  sicuramente grandioso. Non si pu certo dire, stando almeno a queste sue asserzioni, che Pasolini non avesse chiaro il quadro di fondo della situazione politica italiana in quegli anni. Nei considerevoli appunti dedicati all'impero dei Troya?-? alias all'impero che Eugenio Cefis, il successore di Mattei all'Eni, seppe costruire con il suo straordinario senso degli affari (un impero che dalla Montedison si diramava fino alla propriet dei principali quotidiani, al finanziamento di partiti politici e agli stretti legami con i servizi segreti)?-?il polso narrativo di Pasolini  quanto mai forte e convincente, avendo egli saputo rappresentare perfettamente il cinismo, la mancanza di princip e la sterminata ambizione di questo massimo esponente di quella che si definiva allora borghesia di Stato e che era infine riuscito vittorioso su tutte le opposizioni, anche le pi tenaci. Sennonch?- a quanto almeno ci rimane di Petrolio ?-?queste pagine fortemente civili e polemiche sembrano troppo spesso venire sommerse da quelle nelle quali il protagonista Carlo (che per molti versi appare come un alter ego dello scrittore e che lo scrittore dice di detestare) 26 confessa la propria omosessualit esibendola fino al parossismo. Non  questo il luogo per entrare in pi dettagliate analisi. Preferiamo pertanto chiudere questo nostro anche troppo lungo discorso dicendo che, per dare una vera e propria realizzazione artistica a un progetto tanto generoso, importante e polemicamente innovativo, c'era anzitutto bisogno di resuscitare il grande romanzo realistico ottocentesco o, quanto meno, il modello rappresentato, nella prima met del Novecento, da uno scrittore di valore come Thomas Mann 27 ?-?qualcosa purtroppo di quanto mai lontano non soltanto dalla sensibilit pasoliniana ma, in genere, da quella di tutti i maggiori esponenti della narrativa del tempo.

Note

1 Primo cio in ordine di pubblicazione. Esso infatti venne preceduto, quanto a stesura, da Il sogno di una cosa di cui parleremo fra poco. Scritto tra il '48 e il '49 venne pubblicato, riveduto, solo nel 1962.

2 La notte tra l'uno e il due novembre 1975 lo scrittore venne trovato ucciso in uno spiazzo sabbioso all'idroscalo di Ostia su uno sfondo di baracche e rifiuti. Il Tribunale dei Minori condann un ragazzo di 17 anni. La furia tuttavia esercitata sul corpo del morto e molti particolari della meccanica del delitto hanno lasciato aperte altre ipotesi sulle quali non  stata mai fatta piena luce.

3 Pasolini, grazie anche alle testimonianze di Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti, venne poi assolto perch il fatto non costituiva reato. In segno di riconoscenza lo scrittore dedic a Bo e a Ungaretti Una vita violenta.

4 Da Sergio Antinielli in M'illumino d'immenso. Viaggio nella letteratura italiana contemporanea, Mursia, Milano, 1987, p. 258.

5 Il passo in Descrizioni di descrizioni, a cura di G. Chiarcossi, Einaudi, Torino, 1979, p. 351.

6 L'opera poetica di Pasolini  stata raccolta da Garzanti, Milano, 1975, in un unico volume: Le poesie. Nel 1993 lo stesso editore, a cura di G. Chiarcossi e W. Siti, ha pubblicato anche in due volumi tutte le raccolte e raccoltine di versi pubblicati in vita dall'autore, oltre ad inediti: Bestemmia, Tutte le poesie. Sotto il titolo di Teatro, nel 1988, sempre Garzanti ha riunito tutti i lavori teatrali del Nostro e, nel 1993, ha raccolto in un unico volume le sceneggiature di Accattone?-?Mamma Roma?-?Ostia. Quanto alla saggistica pasoliniana ci limitiamo qui a ricordare Scritti corsari (Garzanti, Milano, 1975) e Lettere luterane (Einaudi, Torino, 1976), oltre a Passione e ideologia che, con un saggio di C. Segre,  stato ripubblicato da Einaudi (Torino, 1985). Tutta l'opera di Pasolini comunque  apparsa in 9 volumi, sotto la direzione di W. Siti, presso i Meridiani di Mondadori, Milano, 1998-2003.

7 Vd. Pasolini su Pasolini, a cura di J. Halliday, Guanda, Parma, 1992.  la traduzione italiana di Pasolini on Pasolini, a cura di O. Stack, pseud. di J. Halliday, London-New York, 1969.

8 Tutte le poesie in dialetto friulano di Pasolini vennero raccolte nel volume intitolato La meglio giovent, primamente apparse presso Sansoni, Firenze, 1954 e poi, in nuova edizione, presso Einaudi, Torino, 1974.

9 Nella Nota in chiusa al gi ricordato Passione e ideologia, Einaudi, Torino, 1985, p. 429. Ricordiamo qui che il volume, uscito nel 1960, raccoglie importanti studi sulla poesia dialettale del Novecento, sulla poesia popolare italiana, su Pascoli, Gadda e su altre figure del Novecento poetico italiano.  anche di grande rilievo per la perizia filologica, che fu un'altra delle caratteristiche della personalit del nostro scrittore (e studioso).

10 Vd. P. Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, Mondadori, Milano, 1998, vol. II, p. 26.

11 Questo libro di Pasolini avrebbe dovuto, in un primo tempo, intitolarsi La meglio giovent e, quindi, durante la riscrittura degli anni Cinquanta, I giorni del lodo De Gasperi.

12 Vd. P. Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, Mondadori, Milano, 1998, vol. II, p. 92.

13 Ivi, p. 156.

14 Vd. S. Antonielli, M'illumino d'immenso, cit., p. 260.

15 Ricordiamo che proprio nel 1955 era uscito il Metello di Vasco Pratolini e, con esso, la raffigurazione suprema, dopo Le terre del Sacramento di Francesco Jovine, dell'eroe positivo.

16 Come si legge in Ragazzi di vita, Garzanti, Milano, 1955, p. 75.

17 Ivi, p. 98.

18 Vd. D. Montaldi, Autobiografie della leggera, Einaudi, Torino, 1962. Il distacco con gli eroi pasoliniani, naturalmente, aumenta ancora se si prendono a paragone i racconti dei Militanti politici di base raccolti dallo stesso Montaldi (Einaudi, Torino, 1971).

19 L'opera venne pubblicata da Garzanti.

20 Vd. P. Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, cit., p. 423.

21 Vd. P. Volponi, Pasolini maestro ed amico, nel volume miscellaneo Perch Pasolini, Guaraldi, Firenze, 1978, p. 25.

22 Cos nella Prefazione al libro: vd. P. Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, cit., p. 1071.

23 Ai due canti realizzati e datati 1963, vanno aggiunti Appunti e frammenti per il III, il IV e il VII canto. In P. Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, cit., pp. 1094-1122.

24 Vd. ancora P. Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, cit., p. 1084.

25 Sempre in Pasolini maestro ed amico, cit., pp. 25-26.

26 Cos almeno nella Lettera a Moravia, in P. Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, cit., p. 1828.

27 Va tuttavia detto che gli esordi di Pasolini?-?alludo in particolare al lungo racconto Amado mio che, steso con Atti impuri nel periodo friulano tra il 1947 e il 1950 venne tenuto sempre segreto per l'argomento scabroso e pubblicato solo dopo la morte dello scrittore?-?si mossero sotto il segno del romanzo tradizionale e, per certi aspetti, proprio e persino manniano. Questo lungo e delicatissimo racconto (che allude nel titolo alla celebre canzone cantata da Rita Hayworth nel film Gilda del '46)  persino diviso in capitoli (tre) ed ha una Introduzione.  la narrazione quanto mai pudica e delicata di una storia d'amore tra due giovinetti, Desi e Iass, ed essa si svolge nel corso di un'estate per lo pi sulle rive del Tagliamento, sovente con lontani ricordi nieviani. Pulsioni erotiche non facilmente confessabili, accensioni amorose, inevitabili moti di gelosia vi vengono descritti in un linguaggio quanto mai casto e riservato e, in una sola parola, quanto mai lontano dall'ostentato e chiassoso gergo dialettale di Ragazzi di vita. Viene persino il rimpianto che lo scrittore non abbia poi continuato su questa strada, certo meno accattivante presso il grosso pubblico ma molto pi duratura sul piano dell'arte.

IV. Il conte philosophique di Leonardo Sciascia

1 Tra i pi notevoli scrittori di Sicilia e sulla Sicilia, ancorch oggi un poco in declino,  fuor di dubbio Leonardo Sciascia, l'illuminista e voltairiano Sciascia, nato in provincia di Agrigento, a Racalmuto, al principio del 1921 e morto a Palermo alla fine dell'89. Proemiando al suo primo libro, di cui comprese la notevole importanza Vito Laterza, Le parrocchie di Regalpetra 1 , l'autore ebbe a scrivere 2 : Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libert e dalla giustizia, cio dalla ragione. In questa icastica osservazione?-?in questo suo colpo di penna come un colpo di spada?-?non  soltanto il suo giudizio su Racalmuto (Regalpetra nella finzione artistica) o sulla Sicilia;  il suo giudizio amaro ma difficilmente controvertibile su come vadano le cose del mondo dopo due millenni di cosiddetta civilt cristiana (o forse proprio a ragione di siffatta civilt): tirannide e prepotere da una parte, servilismo e coatta rassegnazione dall'altra. L'isola di Trinacria ne  come l'emblema.

Cieca e maligna bestialit

2 Dal capitolo delle Parrocchie intitolato Cronache scolastiche?-?scritto quasi di getto e pubblicato in anteprima su Nuovi Argomenti (e allora Sciascia era maestro in una quinta elementare di Racalmuto) traiamo alcuni brevi scampoli 3 :

 un gran tirocinio [la scuola e i ragazzi che la frequentano]. Rubacchiano sulla spesa, fanno rubare i bottegai e ne hanno in cambio qualche pezzo di formaggio o di mortadella; diventano bugiardi, cattivi, di una cattiveria macchinosa e gratuita [...] Una volta, a scuola, una donna accusava uno dei miei ragazzi di averle rubato quattro uova, fatte sparire cos, come in un gioco di presdigitazione. Quello negava, io non sapevo che dire; la donna se ne and imprecando contro le famiglie che li fanno ladri, contro la scuola.

3 Ancora:

A dieci anni sono gi allogati a servizio, sono bocche di meno in casa, i padroni danno da mangiare e in pi qualche vestito smesso che le mamme pazientemente riadattano e rattoppano. Spesso di questi ragazzi sento parlare al circolo, il circolo dei civili, specialmente all'avvicinarsi dell'estate, quando pi diventano necessari per il trasporto dell'acqua nelle campagne dove si va a villeggiare. Ne parlano come parlassero di animali, preferiscono avere a servizio i ragazzi invece che le ragazze; proprio come parlassero di gatti preferiscono i gatti maschi, con le femmine c' l'inconveniente della figliata, e poi stanno troppo per casa e sporcano (il circolo  il luogo dove domestici avvenimenti e preoccupazioni ogni sera riaffiorano dopo le discussioni in cui si d assetto all'Europa e si d esito di verit e di giustizia ai fatti delle cronache giudiziarie).

4 Di nuovo:

La pubblica istruzione! Obbligatoria e gratuita fino ai quattordici anni; come se i ragazzi cominciassero a mangiare soltanto dopo, e mangiassero le pietre della fame che hanno e d'inverno hanno le ossa piene di freddo, i piedi nell'acqua. Io parlo loro di quel che produce l'America, e loro hanno freddo, hanno fame; e io dico del Risorgimento e loro hanno fame, aspettano l'ora della refezione, giocano per ingannare il tempo, e magari pizzicando le lamette dimenticano la fatica del servizio, le scale da salire con le brocche dell'acqua, i piatti da lavare.

5 E finalmente:

 verissimo che i poveri ci odiano [noi maestri]. Ma ci odiano anche i piccoli proprietari; ad ogni aumento dei tributi che viene loro notificato, essi trovano in noi maestri l'oggetto immediato del loro odio contro lo Stato, cos cieco lo Stato da rodere le loro poche salme di terra da costringerli a vendere e a far debiti; e noi pagati per non far niente, centottanta giorni di scuola in un anno, tre ore al giorno di lavoro.

6 Fermiamoci pure qui. Una delle prime cose che possono venire in mente in questo scarno dettato che rimodula la cadenza dei dialetti di Sicilia,  ci che Luigi Farini ebbe a scrivere a Cavour all'indomani dell'unificazione della penisola: Amico mio, che paesi sono mai questi! Altro che Italia! Questa  Affrica: i beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virt civile. D'Azeglio sugger addirittura di separare nuovamente il Sud dal resto del paese. Sennonch, immergendosi nella lettura di questa cronaca di un paese della Sicilia dal secolo XVII ai tempi attuali?-?un paese di contadini, di zolfatari, di cavatori di salgemma; un paese di piccoli proprietari e di un numero di bottegai certamente sproporzionato rispetto al numero degli abitanti e delle loro effettive possibilit d'acquisto?-?ci che via via emerge non  n il tragico verismo verghiano n il problema socio-economico della mai risolta questione meridionale. , per dirla con le parole dello stesso Sciascia 4 , la storia di una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolti e annientati. Regalpetra e le sue parrocchie come metafora dell'intera Sicilia, dell'intero paese Italia (dalla Controriforma in poi) e addirittura, se non finisco per dir troppo, della stessa humaine condition. Perch? Perch il paese-miniatura inventato dallo scrittore riflette in realt tutte le storture, le miserie, le irrazionali pulsioni, le pi violente sopraffazioni di una classe d'uomini potenti e intoccabili?-?i galantuomini chiusi nei loro circoli come in inviolabili fortezze, e, in opposizione, tutte le sciagure nelle quali sono immersi e dalle quali sono sommersi gli uomini da niente, nient'altro che animali da soma?-?i braccianti appunto, gli zolfari, i salinari costretti da un destino infame al servilismo e alla sottomissione e per i quali, veramente, se la ribellione  delinquenza, la morte  liberazione. Ma non solo questo. In Regalpetra si rispecchiano infatti, in mille modi diversi ma sempre nel trionfo dell'irrazionalit e del pregiudizio succhiati col latte della balia (si direbbe), tutte le contorte e degradanti opinioni, divenute issofatto sacrosante convinzioni, che fanno capo alle presunzioni della fede; di una fede religiosa che coi suoi riti, le sue ipocrisie, i suoi untuosi funzionari (parroci e arcipreti)?-?in Sciascia lo si legge benissimo?-?funge da formidabile puntello perch il prepotere e la violenza politica possano continuare ad agire indisturbati, a dominare ed opprimere le coscienze e impedire che entri in esse la luce della razionalit. Mondo borbonico, finta liberazione garibaldina, Stato sabaudo; quindi il fascismo e il conservatorismo della Democrazia cristiana: il trionfo dell'immobilismo continuamente cangiante e la Sicilia, in questo davvero patria del pirandellismo. Il trionfo, in una sola parola, di un feudalesimo di ritorno che ha saputo pressoch azzerare, almeno nell'isola e in Italia, tutte le eccitanti ed entusiasmanti conquiste della cultura illuministica e della grande rivoluzione dell'Ottantanove. Il trionfo della cieca e maligna bestialit 5 .

7 Le Parrocchie di Regalpetra vennero riedite nel 1964 da Laterza insieme a uno scritto pi tardo, Morte dell'inquisitore . In una ristampa dell'opera (1967), nella prefazione, Sciascia tornava a confessare che anche questo suo scritto era tra le cose sue pi care, l'unica (insieme alle Parrocchie ) che tornava a rileggere e sulla quale non faceva che arrovellarsi 6 . Era il libro che in certa misura non aveva compiuto; un libro che non faceva che rimandare a un qualcosa d'altro?-?una scoperta, una rivelazione?-?che lo studio dei documenti della storia avrebbe alla fine probabilmente rivelato. Che cosa?

8 Diciamo subito, comunque lo si voglia definire (breve saggio o racconto), che esso ha strette somiglianze, quasi una diretta discendenza, con la manzoniana Storia della colonna infame di cui Sciascia, nel 1973, stender una splendida introduzione. In questo suo studio, documentatissimo, risplende la figura di un suo antenato ideale, il racalmutese Fra Diego La Matina che, nel 1658, senza mutar aspetto o muover collo o piegar sua costa, venne arso vivo per volere del Santo Uffizio in una delle pi atroci e allucinanti scene che l'intolleranza umana abbia mai rappresentato 7 . Un'offesa intollerabile non solo alla ragione e al diritto, ma una delle mille e pi pagine che la cosiddetta storia della civilt ha scatenato contro la dignit e l'onore dell'uomo, contro la forza del pensiero, la tenacia della volont, la vittoria della libert 8 . Se mi sono interessato all'Inquisizione?-?dir ancora Sciascia?-? perch questa non solo  esistita nell'impervio processo del nostro vivere sociale, ma perch  ben lontana dal non esistere pi nel mondo. Se?-?manzonianamente?-? quasi un sollievo pensare che quando gli uomini compiono il male lo compiono perch fingono di non conoscerlo, per una sorta d'ignoranza che si assume e si abbandona a proprio piacimento, ovverosia non per una scusa ma per una colpa, il denunciare impavidamente queste strategie dell'umana imperversante ipocrisia divenne, in Sciascia, il rovello dello scrittore: suscitare, per dirla sempre con Manzoni, lo sdegno e il ribrezzo contro quelle passioni che, se non si possono abolire come falsi sistemi o cattive istituzioni, si possono almeno rendere meno potenti e funeste coll'aver ben presenti gli effetti che comportano, e pertanto detestarle. In questo senso le Parrocchie di Regalpetra e Morte dell'inquisitore costituiscono un libro costantemente in fieri .

Corruzione, mafia, romanzo filosofico

9 Fissiamo anzitutto alcuni punti fermi. Primo: nelle democrazie moderne le dimensioni della corruzione politica dipendono sostanzialmente dalla cultura socio-politica che si e venuta storicamente evolvendo in ogni singolo paese. La formazione di un'etica pubblica (l'attuale quadro italiano lo dimostra a chiare lettere)  conseguenza d'un processo lungo e complesso, certamente non irreversibile. Secondo: lo sviluppo di questo processo non pu che dipendere da una serie di fattori: dal grado di trasparenza delle diverse burocrazie; dai limiti posti al loro potere discrezionale mediante un controllo non formale ma sostanziale; dalla prassi politica, ossia dalla misura in cui gli interessi e le azioni dei rappresentanti eletti dai cittadini sono codificati e controllabili; dalla cultura giuridica, vale a dire da quel rapporto tra legge e consuetudine onde quello che in un dato paese viene considerato corruzione, in un altro pu essere prassi corrente; da ultimo infine, ma cosa di grande rilievo, dalle forme educative, sia all'interno che all'esterno della famiglia, grazie alle quali l'aria stessa che il cittadino respira pu contenere l'ossigeno per certi valori anzich per altri. Ed  soprattutto quest'ultimo il fattore pi efficace per determinare quelli che Pizzorno ha ben definito i costi morali della corruzione 9 . Concludendo: la corruzione di un paese  la conseguenza di un processo storico e, per quanto riguarda l'Italia (e in particolare la Sicilia), le responsabilit maggiori vanno addossate alla Chiesa controriformata e al gesuitismo.

10 Passiamo a quella forma di corruzione che sembra sussumerle tutte: la mafia. Che le origini del fenomeno siano storicamente da attribuire al fallimento dello Stato centrale e alla sua incapacit di imporre la propria autorit assicurandosi il consenso dei cittadini,  indubitabile. Lo spazio pertanto che le istituzioni non seppero difendere venne occupato dalla mafia, la sola capace di offrire protezione. Gi nel 1876 Leopoldo Franchetti osservava che gli onesti funzionari statali erano lasciati nel pi completo isolamento senza che nessuno si sentisse disposto a collaborare nell'esercizio della legge?-?una legge che, a torto o a ragione, significava pi tasse, imposizione della leva militare, guerre e carabinieri, continue vessazioni. Del resto, circa un secolo dopo, a una giornalista francese Giovanni Falcone dichiarava: Sono semplicemente un servitore dello Stato in terra infidelium. Ma ci che si deve ancora aggiungere  che la mafia non si presentava n si presenta come un Stato alternativo ma, per le ragioni storiche alle quali si  sopra accennato, come un'organizzazione illegale profondamente radicata nella societ siciliana (soprattutto della Sicilia occidentale) in grado di prosperare grazie alla collusione di pi di una delle componenti dello Stato stesso. La mafia infatti fornisce serviz (senza accordi, beninteso, con la persona interessata o con l'unit economica in possesso del bene) e fornisce serviz non tanto (o non sempre) con l'intento di procurare vantaggi al fruitore ma esclusivamente a se stessa. A livello nazionale essa fornisce inoltre un servizio politico, ossia pacchetti di voti per aver in cambio la possibilit d'agire senza troppi disturbi. La sua parola  il silenzio e la sua forza sta in quella famiglia mafiosa che supera di gran lunga la famiglia comune. Poteva Leonardo Sciascia, siciliano della Sicilia occidentale, sottrarsi dall'affrontare un tale fenomeno che di l a poco, negli anni Ottanta, avrebbe scatenato la sua offensiva pi feroce? Dopo Il giorno della civetta (Einaudi, 1960), che riscosse tra l'altro un enorme successo di pubblico, egli venne considerato un mafiologo; ma ora, dei suoi molti (forse troppi) e libri e saggi e articoli di giornale che egli venne via via pubblicando, noi cercheremo di dare giudizio di alcuni per rispondere solo a questa semplice domanda: era veramente il suo?-?il romanzo-saggio come egli stesso ebbe a definirlo?-?il romanzo dell'avvenire?

11 Il giorno della civetta , il libro che sanc la notoriet dello scrittore, ebbe comunque un merito: quello di attrarre l'attenzione del pubblico italiano su quel fenomeno mafioso sopra descritto che tuttavia, fino ad allora, non era stato seguito con l'attenzione di cui poi godette e di cui ancor oggi gode. Diremo soltanto che la Commissione Antimafia venne istituita tre anni dopo la pubblicazione del libro e che ispirer anzi a Sciascia l'ironico e amaro dialogo Filologia 10 . Il giorno della civetta comunque?-?racconto lungo o romanzo breve lo si voglia chiamare, o romanzo poliziesco o romanzo giallo (e che in ogni caso prese spunto dall'assassinio di un sindacalista comunista avvenuto nel 1947)?-?sembra muoversi da subito nella tipica atmosfera di una narrazione realista carica per di suspense . Inizia cos:

L'autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l'autobus si mosse con un rumore di sfasciume.

12 Quindi, su questo sfondo grigio di un mattino, come la civetta quando di giorno compare, il sangue dell'agguato. Un passeggero ritardatario sta rincorrendo l'autobus appena in movimento; il bigliettaio grida il ferma! all'autista e riapre lo sportello sennonch, mentre quell'uomo vestito di scuro sta per balzare sul predellino, esplodono due colpi. Il disgraziato resta per un attimo sospeso, quasi tirato su per i capelli da una mano invisibile; quindi gli cade la cartella di mano e su di essa lentamente s'affloscia. Grida, panico, bestemmie. I carabinieri! Dopo pochi minuti la piazza  vuota; l'autobus  vuoto; rimangono solo il bigliettaio e l'autista ma nessuno sa nulla. Comincer, in un paese di Sicilia senza nome, l'inchiesta su un delitto che dovr tradizionalmente concludersi come delitto passionale se non fosse che a guidarla, restandone tuttavia sconfitto,  la figura del giovane capitano dei carabinieri Bellodi, originario di Parma ed ex-partigiano. Con la tenacia di chi crede nelle leggi e nella ragione, egli sale lungo tutti i gradini sociali, fino ai pi alti del paese e delle vicinanze, su su fino a Roma e ai suoi ministri. Sennonch, profittando di una sua breve assenza, persone incensurate e del tutto insospettabili oltre che rispettabilissime per censo e per cultura, riescono in un baleno a sfasciare tutto il suo enorme, solitario e faticoso lavoro; e vengono credute. Ed  qui che insorge nel capitano Bellodi la sfida. Torner in Sicilia a costo di rompersi la testa.

13 Il giorno della civetta termina qui. Se il capitano Bellodi sia tornato in Sicilia e l si sia rotto la testa non sappiamo, ma  pi che probabile. E che non solo si sia rotto la testa, ma che ci abbia rimesso la vita. La Sicilia di Sciascia non  pi una terra mitica e vagheggiata, per cos dire, in un passato infantile;  una Sicilia dove predomina tutto un trascorso feudale perennemente immobile in una tracotante concezione del mondo nella quale l'opulento patriziato locale pu tutto e il resto dell'umanit assolutamente nulla. Il gesuitismo e lo spagnolismo della Chiesa cattolica hanno generato, fortificato e santificato questa semplicistica Weltanschauung , quasi aureolandola di una sacrale fatalit. Stato e Chiesa hanno imposto questa filosofia, l'hanno conculcata in ciascuno spirito, l'hanno fatta trionfare e ne sono i terribili guardiani. La Sicilia come una terra incredibile (come spesso si legge nell'opera del Nostro), ma che?-?come gi aveva intuito il capitano Bellodi?-?viene lentamente ma progressivamente estendendosi in tutta Italia. N si potr dimenticare che Sciascia, oltre e pi che uno scrittore,  un moralista, un matre  penser , un direttore delle coscienze. Dalla Sicilia egli parla per ammonire tutti gli italiani; e quanto fossero sacrosanti i suoi ammonimenti lo si vede oggi. In ogni caso, nella mafia di Sciascia, c' questo grumo ideologico o questo tenace concetto che non consente che chi lo ha elaborato venga semplicemente ridotto a mafiologo; la mafia di cui parla Sciascia  il male storico di un'umanit rimasta a un grado quanto mai basso di civilt e di sviluppo intellettuale sui grandi temi della libert e dell'uguaglianza, sul sentimento della giustizia. Non a caso uno dei suoi personaggi potr dire, icasticamente: Mi sono fatto, per cos dire, un'idea delle idee. Ed  questa: le idee vengono quando le rendite se ne vanno 11 .

14 A questo punto, e a buon diritto, possiamo affermare che non  tanto il romanzo-saggio quello cui Sciascia tende (consapevolmente o inconsapevolmente):  il settecentesco conte philosophique. Dietro la narrazione c' il prorompere delle idee, lo sdegno per la permanente brutalit dei comportamenti, la collera nel vedere quanta intolleranza, quanta irrazionalit, quanti soprusi ancora permangano, alla fine del secondo millennio della cristianit, nei cosiddetti paesi civili. Quasi il furore nel vedere, sempre e costantemente, il mondo e l'uomo in preda alla corruzione, al prepotere, alle pi insensate ambizioni. Ci troviamo davanti, fatte le doverose distinzioni, a un nuovo Giovenale: facit indignatio versum. Ma non  la satira cui Sciascia ricorre s piuttosto?-?come si diceva?-?il conte philosophique; e dunque l'ironia nell'amarezza, la speranza nella disperazione e, quel che pi conta sul piano letterario, la fantasia (ariostesca?) nell'invenzione della fabula. Veniamo cos a quel suo romanzo che nel 1963 egli, con l'appoggio di Italo Calvino, fece uscire presso Einaudi; libro che, con mia meraviglia per il poco conto in cui  ancor oggi tenuto, io ritengo il pi riuscito dello scrittore siciliano, il pi calviniano: Il Consiglio d'Egitto.

15 La narrazione si divide in tre parti (brevissima la seconda). Siamo, nella prima parte, negli anni in cui Domenico Caracciolo, vicer in Sicilia, d seguito al grande movimento illuminista napoletano: freno al tradizionale prepotere dei baroni, prime riforme in omaggio a un maggior vivere civile, liberazione dell'isola dai gesuiti. Ed  in questo contesto che all'aspirante abate Giuseppe Vella, mariuolo s ma d'ingegno, viene la fantasia di produrre un falso che, relativo al periodo della dominazione mussulmana in Sicilia, mettesse in forte dubbio la legittimit, ancora in vigore, delle soperchierie di molte delle famiglie nobiliari dell'isola. Il Caracciolo?-?scrive Sciascia 12 ?-?stava tentando di incenerire tutta la dottrina giuridica feudale, tutto quel complesso di dottrine che la cultura siciliana aveva in pi secoli, ingegnosamente, con artificio, elaborato per i baroni, a difesa dei loro privilegi: perch allora non dargli una mano distruggendo tanto avida impostura con una impostura pi nobile? Perch non dimostrare?-?codice artefatto alla mano?-?che l'antica Sicilia normanna aveva disposto le cose in ben altro modo, e cio niente ai baroni e tutto alla Corona? Un'impostura, certo, ma a fin di bene e di ben maggiore civilt. Ed  appunto su questa trama che scorrono le cinquanta pagine della prima parte del libro dove, a dominare,  da un lato il quadro di un patriziato sempre pi insofferente nei riguardi delle rivoluzioni del vicer e di quegli orribili tempi e, dall'altro, quello del medesimo patriziato che si sente sgomento davanti alle prime rivelazioni che il codice cui l'abate Vella sta lavorando promette di diffondere. E tutto con quella leggerezza, ironia e persino amabilit che il clima settecentesco e il racconto filosofico sanno offrire e le tante riflessioni che ne conseguono: soprattutto sulla storia e i suoi tanti imbrogli e invenzioni (secondo appunto quanto gi osservava l'Ariosto facendo viaggiare il suo Astolfo sulla Luna) 13 e su cosa in realt sia la storia nello scenario dell'infinita vanit della storia stessa:

I re, i vicer, i papi, i capitani; i grandi insomma... Facciamone un po' di fuoco, un po' di fumo: ad illudere i popoli, le nazioni, l'umanit vivente... La storia! E mio padre? E vostro padre? E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce della loro fame? Credete che si sentir nella storia? Che ci sar uno storico che avr orecchio talmente fine da sentirlo? 14

16 Davvero un passaggio biblico ma, dolorosamente ancorch veritieramente, senza speranza nel trascendente.

17 Nell'ultima parte del libro l'atmosfera cambia. Siamo attorno al 1795 e a Palermo non regna pi Domenico Caracciolo tornato a Napoli come primo ministro di Ferdinando IV: regna un monsignor Lopez che, col tempo, sarebbe divenuto una sorta di vicer spagnolo. La Sicilia sarebbe tornata ad essere la Sicilia e il patriziato baronale il patriziato baronale. Per il momento, tuttavia,  l'ora dei giacobini, del loro connubio fra idea e passione, della loro speranza nella Francia rivoluzionaria e del suo esercito rivoluzionario che sarebbe accorso a dar man forte alla Sicilia repubblicana. L'ora della congiura e della rivolta: in primo piano sale ora, in luogo dell'abate Vella, l'avvocato Francesco Paolo Di Blasi, l'animatore della cospirazione.  un momento insieme cupo ed eroico; il momento della grande speranza e della terribile delusione. Denunziato e tradito l'avvocato De Blasi viene arrestato, torturato, processato, colpito da condanna a morte. Le pagine che Sciascia dedica alla sua tortura sono le pi impressionanti: non solo per lo strazio fisico ma per quello ancor pi atroce di dover parlare di una societ (civile?) in cui la tortura e la forca facevano parte della legge e della giustizia. Di una legge e di una giustizia, oltretutto, che sa mantenere nel modo pi ripugnante e grottesco le distinzioni sociali persino nelle sue pi feroci ritualit: ai compagni del De Blasi, plebei, la forca; al personaggio principe, ma di pi elevato lignaggio, la mannaia. Sentite la chiusa di questo ammirevole racconto:

Gli spettatori si segnarono di croce; si segn anche il boia, cominci a pregare. Pregava il suo Dio, il Dio delle capre e del malocchio, che gli desse mano ferma a recidere la corda, che la mannaia cadesse bene.

Fu esaudito.

18 Senti la lama della ghigliottina che cade sopra un corpo gi straziato da giorni e giorni di feroci torture, ma soprattutto senti che tale lama cade su tante belle idee?-?di libert, di eguaglianza, di fraternit?-?che l'umanit, nella sua stolida e ben consistente beluinit, non fa che costantemente decapitare con un'insensata e ferocemente beffarda violenza.

Matre  penser: polemiche e difficili verit

19 La falsificazione e l'impostura della Storia: questo  il chiodo su cui batte costantemente Sciascia e che, a mio giudizio, trova il suo punto letterariamente pi alto nel Consiglio d'Egitto . Siamo del resto talmente abituati a leggere la storia del mondo come la storia scritta dai vincitori (a partire dal grande Tito Livio) e a veder celebrate le figure dei grandi trionfatori (a partire dalle Vite parallele di Plutarco) che non riusciamo quasi pi neppure a concepire che possa esistere una storia plebea, a parte infidelium . A guardar le cose in modo un poco diverso, a giudicare per esempio in positivo o in negativo a seconda dei risultati positivi o negativi ottenuti (e dove il positivo consiste nel raggiungimento di un bene comune) fu per esempio Machiavelli, che sfid coraggiosamente tutta una tradizione contraria esaltando le azioni s criminose di un Agatocle ma che seppero produrre la liberazione della Sicilia dall'oppressione cartaginese. Ebbene: ci che davvero stava a cuore del Nostro era per cos dire la diseroicizzazione della Storia, la riduzione delle sue enfasi, il suo riportarla alle pi autentiche dimensioni della Verit. Senza alcun pregiudizio per i suoi valori positivi  quanto, e sia pure in modo diverso, avevano fatto un Fenoglio o un Calvino nei riguardi della Resistenza; , sempre senza pregiudizio per certi valori ideali insiti nelle esperienze degli anni del centrosinistra prima e delle drammatiche turbolenze italiane (quelle del '68) che porteranno poi al cosiddetto compromesso storico, ci che far Sciascia con A ciascuno il suo (Einaudi, 1966) e col Contesto (ivi, 1971). E saranno polemiche violentissime dove l'ideologia (nel suo senso deteriore) avr il completo sopravvento sull'analisi e sulla riflessione letteraria. E si capisce: intervenendo decisamente sull' attualit ?-?ma un'attualit transeunte e sempre un po' effimera come quella italiana?-?il racconto filosofico perde, e non pu che perdere, il suo tipico carattere simbolico e universale. Una cosa  dar vita a un'allegra impostura 15 in un momento storico di grandiose illusioni come quelle che invasero l'Europa dopo Valmy, la celeberrima alba di un nuovo giorno?-?e illusioni che, nonostante ogni teorico pessimismo sulle capacit dell'uomo di progredire risolutamente sulla strada della civilt 16 , diedero pure, ponendo sostanzialmente fine al feudalesimo, risultati storici di tutto rilievo (anche se in misura molto pi ridotta in Italia); un'altra cosa  intessere storie di assassini su delle realt locali. Che questi due ultimi lavori di Sciascia dovessero avere un successo di pubblico immensamente superiore a quello ottenuto dal Consiglio d'Egitto era naturalmente scontato, date anche le reazioni a catena alle quali gi abbiamo accennato da parte di politici, giornalisti e intellettuali grandi e meno grandi; quello che piuttosto sar da osservare  che tutto questo acceso dibattito fin per trasformare uno scrittore in un matre  penser (nel consenso come nel dissenso) e in un professionale direttore delle coscienze: L'affaire Moro ne sar la consacrazione. Dal 1970 inoltre, pur continuando a dimorare prevalentemente a Palermo, Leonardo Sciascia andr in pensione come statale, avr rapporti ora buoni ora burrascosi col partito comunista, entrer alla Camera (1979) nelle liste radicali. E si far la fama non desiderata di mafiologo 17 .

20 Storie di assassin abbiamo definito un poco sommariamente i libri che Sciascia fece seguire al Consiglio d'Egitto. Se comunque tale definizione andr un poco attenuata per quanto riguarda A ciascuno il suo, storia di un crimine fondato su una lettera minatoria, consapevolmente inviata a un falso bersaglio onde poter meglio sviare le inevitabili indagini di polizia?-?e storia insieme nella quale la polemica con l'esperienza del centrosinistra (se pur c' come l'autore vorrebbe) rimane molto sullo sfondo -, la definizione usata non pare eccessiva per il fortunatissimo Contesto, uscito sulla fine del 1971 e tradotto anch'esso, come Il giorno della civetta, in un film (Cadaveri ecellenti di Francesco Rosi).

21 Qui veramente, di tali assassini, si finisce per perdere il conto. Il fatto  che questo strano libro che vorrebbe essere una parodia e come un travestimento comico di un'opera seria pensata ma non scritta 18 e che prende spunto da un fatto di cronaca (un innocente accusato di uxoricidio solo per una concatenazione di indizi prefabbricati allo scopo); il fatto ?-?dicevo?-?che questo libro non tarda molto a immergersi nell'atmosfera surreale (anche se surreale fino a un certo segno) di un paese dove le idee non hanno pi corso e dove i fondamentali princip morali, pur venendo sacralmente conclamati, vengono di fatto quotidianamente disattesi e derisi; di un paese, in poche parole, nel quale tutto si riduce al potere corrotto e corruttore e la prassi politica a uno scambievole gioco delle parti; la Sicilia, l'Italia o addirittura l'intera attuale umana societ. Un apologo sul potere del mondo l'ha definito lo stesso autore 19 , ossia sul potere che sempre pi degrada nella impenetrabile forma di una concatenazione criminosa di stampo mafioso. Si capisce che in tale incertezza di confini e in tale poco perspicua decifrabilit di condanne, le polemiche dovessero esplodere, e che le pi diverse e contrastanti istituzioni politiche, sentendosi tutte chiamate in causa, reagissero (il che valse enormemente alla popolarit dello scrittore); ci che comunque a mio giudizio non fu bene inteso, e che forse rimase un poco oscuro allo stesso Sciascia,  che la veemenza del ricercare 20 portava progressivamente l'artista, nel suo sforzo d'inseguire la Verit laica che concretamente non esiste n pu esistere in un mondo nel quale il potere  tutto, a dissolvere il romanzo?-?la narrazione di fatti?-?in un gioco s intelligente ed acuto ma pur sempre troppo astratto di riflessioni quando non addirittura di elucubrazioni 21 . L'abisso inquieto del pensiero.

22 Noi ora non seguiremo tutta l'enorme pubblicistica polemica (sia d'indole politica sia d'indole letteraria) che lo scrittore venne producendo dalla met degli anni Settanta alla morte (1989), dalla Scomparsa di Majorana (1975) sino agli estremi racconti gialli nei quali la tematica consueta si carica di pi dolenti inflessioni autobiografiche dando vita a solitarie figure di giudici o di poliziotti come a rappresentare l'ultima resistenza della ragione contro le reti sempre pi estese e pressoch indecifrabili del potere (non necessariamente mafioso) nella sua connessione con il crimine; porremo soltanto l'accento, qui in conclusione, su due celebri romanzi: Todo modo del 1974 e Candido di tre anni dono. Nel primo di essi (anche qui con tanto di assassin) viene sarcasticamente e drammaticamente disegnata la gesuitica ipocrisia di quei grandi notabili democristiani che parrebbero immortali se non pensassero, essi stessi, a liquidarsi fisicamente tra loro, mentre nel secondo, a campeggiare (soprattutto nella sua parte conclusiva),  la polemica con il partito comunista italiano, accusato anch'esso, nella speranza di poter condividere il potere con gli avversari, di non avvertire pi alcuna ripugnanza politica e morale nell'accedere a siffatti ingannevoli e menzogneri compromessi. Anche dal poco che abbiam detto si comprende come l'argomento, quando non venga teoricamente e storicamente inquadrato nella separazione tra istanze etiche e realismo storico-politico, com'era ad esempio innata abitudine di un Machiavelli 22 , non potesse che portare a quelle reazioni emotive che poi, col tempo e col sempre pi diffuso conformismo, sono oggi divenute diffusissime quanto banali opinioni comuni (il comunismo ridotto a brutale dittatura, uno Stalin equiparato al peggiore dei delinquenti, la societ socialista intesa come produttrice di nient'altro che miseria); resta comunque il fatto che con questo delizioso racconto la cui sostanza ideologica,  voltairianamente d'una estrema semplicit (visto che tutto sembra andare avanti a casaccio, accontentiamoci per il momento di coltivare il nostro personale giardino), Sciascia ha preveduto, con quindici anni d'anticipo, quanto di fascistico ci fosse anche in chi si professava comunista (dove il fascismo consiste pi precisamente in questo: nel separare i valori alti dell'ideologia dai bassi interessi personali, questi attivamente e concretamente perseguiti, quelli rimanendo isolati e sterilizzati nell'incenso della vuota celebrazione). In una delle ultime scene di questo Candido siciliano, l'ingenuo protagonista chiede ai compagni dove mai pensassero di rifugiarsi nell'eventuale avvento di una dittatura degli avversari. Ebbene: le risposte vanno dalla Francia all'Olanda, dagli Stati Uniti d'America all'Australia. Nessuno che pensi all'unico paese socialista in servizio, l'Unione Sovietica, e quando Candido non pu fare a meno di sottolineare la manifesta contraddizione, i compagni si irritano. Ebbene ancora e da ultimo: quanti sono, nei giorni nei quali viviamo, gli alti dirigenti dei partiti d'opposizione che si siano mantenuti nel culto del socialismo? Che non si siano immediatamente preoccupati di far dimenticare l'orrenda parola e il pi ancor orrendo simbolo? Che non si siano sentiti (e in parte gi da allora) molto pi protetti dall'ombrello della Nato? Eppure tutti, nel culto del socialismo e del comunismo, s'erano educati; ne avevano assiduamente frequentato le scuole; ne avevano sbandierato gli ideali di giustizia sociale. Non erano forse, nella realt e nella concretezza delle cose, inconsapevoli allievi di quel dotto teologo che nel Candido compare s per un solo istante (e per degradare un onesto arciprete) ma le cui parole continueranno a risuonare gelidamente nell'orecchio dell'onesto: Non che la verit non sia bella: ma a volte fa tanto di quel danno che il tacerla non  colpa ma merito 23 . Eppure (Gv 14 6) Colui aveva detto: Ego sum via, veritas et vita.

Note

1 Precedute da qualche scritto pubblicato presso editori minori, Le parrocchie di Regalpetra, finite di comporre nel '55, vennero pubblicate l'anno seguente presso Laterza, nella collanaLibri del tempo. Rappresentano il libro che impose l'autore a un pi vasto pubblico e vennero riedite nel 1976 con Morte dell'inquisitore e una prefazione dello stesso Sciascia. In essa lo scrittore confess: Le Parrocchie sono la cosa che mi  pi cara tra quelle che ho scritto e l'unica che rileggo e su cui ancora mi arrovello. E aggiunge: La ragione  che effettivamente  un libro non finito, che non finir mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa.  bene dir subito che alle Parrocchie si legano strettamente i racconti pubblicati due anni dopo, nel 1958, presso i Gettoni di Einaudi col titolo Gli zii di Sicilia (La zia d'America, La morte di Stalin, Il quarantotto). Nel 1960 si ebbe una seconda edizione di questi Zii nella quale trov posto un quarto racconto, L'antimonio, un drammatico resoconto della guerra civile di Spagna (1936-38) che, progettato inizialmente come un romanzo autonomo, venne poi tagliato e presentato come racconto a s. Le pagine finali sono le pi drammatiche. Quasi alla fine l'io-narrante dice: Quel che pi mi feriva e mi faceva pi solo era l'indifferenza di tutti alle tremende cose che io avevo vissuto e che la Spagna viveva; mi sentivo come chi, nei giorni della festa di San Calogero o dell'Assunta, si trova a seguire un funerale; e la gente  stolida di gioia, la piazza gronda di colori vivi: e tu passi dietro la carrozza nera e gialla che chiude il morto, hai il cuore nero di pena e ti tocca attraversare una galleria di gioia, ti nasce rancore per la festa e per la gente che si diverte.

2 Vd. L. Sciascia, Opere (1956-1971), Bompiani, Milano, 1987, p. 9.

3 Vd. L. Sciascia, Opere, cit., pp. 101, 102, 105 e 108-9.

4 Vd. L. Sciascia, Opere, cit., p. 5.

5 Per questa citazione vd. la pagina conclusiva delle Parrocchie in L. Sciascia, Opere, cit., p. 170.

6 Vd. L. Sciascia, Opere, cit., p. 5.

7 Vd. L. Sciascia, Opere, cit., p. 685.

8 Ivi.

9 Vd. A. Pizzorno, Introduzione a D. della Porta, Lo scambio occulto, Il Mulino, Bologna, 1992, pp. 14-16.

10 Il romanzo di Sciascia  del 1960; l'Antimafia data dal 1963. Filologia verr poi raccolta nel Mare colore del vino (1973). Vedila in L. Sciascia, Opere, cit., pp. 1324-30.

11 Vd. L. Sciascia, Opere, cit., p. 607. Le parole sono messe in bocca a un religiosissimo e conservatore patrizio siciliano, il principe di Tribia, gran sostenitore della tortura.

12 Vd. L. Sciascia, Opere, cit., p. 519.

13 Penso a quel passo del Furioso (35 25 ss,) in cui l'Evangelista Giovanni, lass sulla Luna, educa Astolfo sulle finzioni, le invenzioni e le imposture della storia.

14 Il passo in L. Sciascia, Opere, cit., p. 534.

15 Cos il Di Blasi definisce l'impostura del Vella nella terza parte del Consiglio d'Egitto, cap. XVII, in fine.

16 Mentre  sotto tortura Di Blasi fa interessanti e dolorose riflessioni su uomini che torturano un loro simile, e si illude che ci non sarebbe pi accaduto in un mondo illuminato dalla ragione. Tra parentesi commenta Sciascia: E la disperazione avrebbe accompagnato le sue ultime ore di vita se soltanto avesse avuto il presentimento che in quell'avvenire che vedeva luminoso popoli interi si sarebbero votati a torturarne altri; che uomini pieni di cultura e di musica, esemplari nell'amore familiare e rispettosi degli animali, avrebbero distrutto milioni di altri esseri umani: con implacabile metodo, con efferata scienza della tortura; e che persino i pi diretti eredi della ragione avrebbero riportato la questione nel mondo; e non pi come elemento del diritto, quale era nel momento in cui la subiva, ma addirittura come elemento dell'esistenza. Qui non c' solo l'amarezza dello scherno; c' il dolore profondo di una verit che non vuole essere svelata. La citazione a met del capitolo XVIII del Consiglio d'Egitto.

17 Soprattutto dopo l'assassinio del generale Dalla Chiesa (settembre 1982); e ancora una volta in un turbino di polemiche.

18 Si veda in proposito la Nota che Sciascia appose alla fine del suo Contesto.

19 Sempre nella Nota sopra ricordata.

20 Non per nulla protagonista del Contesto  l'abilissimo detective Rogas.

21  la conclusione cui, sia pure con altre motivazioni, giunge Sergio Antonielli in M'illumino d'immenso. Viaggio nella letteratura italiana contemporanea, Mursia, Milano, 1987, pp. 297-98.

22 Si pensi a quel capitolo del Principe, l'ottavo, nel quale, dopo che a campeggiare erano state le figure di Agatocle nel mondo antico e di Oliverotto da Fermo in quello moderno, Machiavelli affronta il difficilissimo problema etico-politico distinguendo tra crudelt male usate e crudelt bene usate, ossia messe in atto perch si convertano nel maggior beneficio possibile per le comunit.

23 Vd. Sciascia, Opere (1971-1983), Bompiani, Milano, 1989, p. 391.

V. L'indecifrabilit della vita: Gesualdo Bufalino

1 Nel 1981, per le insistenze di Leonardo Sciascia e di Elvira Sellerio, usciva, ventitreesimo titolo della collana La memoria della stessa Sellerio, La diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino, un sessantunenne siciliano di Comiso, professore all'Istituto magistrale di Vittoria (dal 1951), pressoch sconosciuto negli alti ambienti letterari nostrani. Fu un caso parecchio simile a quello che nel terzo decennio del secolo, grazie a Joyce e Montale, impose l'attenzione di Italo Svevo al grande pubblico. Il libro aveva avuto una gestazione lunghissima: iniziato nei primi anni del secondo dopoguerra, al tempo della glaciazione neorealista come s'espresse Bufalino stesso 1 , era stato poi abbandonato e ripreso nel '71 quando ebbe inizio un'opera di revisione durata dieci anni, costantemente stimolata da Angelo Roman. Quanto all'argomento l'autore ebbe a sintetizzarlo cos 2 :

Si racconta la convivenza di alcuni reduci di guerra moribondi in un sanatorio della Conca d'Oro, nel '46. Fra il protagonista e una paziente dagli ambigui trascorsi nasce un amore, un puerile e condannato amore, pi di parole che d'atti, il cui sbocco  una fuga a due senza senso, e, subito dopo, la morte di lei in un alberghetto sul mare. Egli guarisce, invece, inaspettatamente, e rientrando nella vita di tutti, vi porta una educazione alla catastrofe di cui probabilmente non sapr servirsi, ma anche la ricchezza di un noviziato indimenticabile nel reame delle ombre.

2 Anche da queste poche righe si comprende quale era, e quale sarebbe stata per tutti gli anni Ottanta nei quali Bufalino domin la nostra scena letteraria (sarebbe morto nel 1996 in un incidente automobilistico proprio come Svevo, pochissimo tempo dopo che era uscito il suo ultimo romanzo) 3 , la tematica di fondo dello scrittore: l'esplorazione continua, costante e persino ossessiva del regno dei morti, che?-? gradus non ad Parnassum ma ad Avernum ?-?veniamo inesorabilmente compiendo dal giorno in cui vediamo la luce e, in concomitanza, l'esplorazione, altrettanto ostinata e inesorabile, dei sogni, delle memorie e degli oblii che ci accompagnano, comites davvero inseparabili in questo doloroso percorso. In breve: la tematica avanguardistica di un grandioso, ancorch drammatico, decadentismo.

L'educazione alla catastrofe e la parola

3 Per chi sia convinto, com' convinto chi qui scrive, che solo il mondo concreto e reale dell'uomo rappresenta il grande oggetto dell'arte, va da s che un libro essenzialmente dedicato all'educazione alla catastrofe non pu che rappresentare la completa dissoluzione dell'oggetto fondante dell'arte stessa. La vita come un che di indecifrabile da patire in una solitudine angosciosa e disperante; l'inconoscibilit di principio dell'origine e fine d'ogni esistenza; la morte stessa non sempre intesa come una liberazione da una vita insensata se nel tredicesimo capitolo delle pi tarde Menzogne della notte uno dei quattro condannati pu ancora gridare a gran voce quest'ingiustizia d'essere nati 4 ; la completa astoricit insomma dell'uomo pascalianamente gettato nel mondo senza alcun senso e in modo affatto imperscrutabile; tutto questo, oltre a far s che l'essenza dell'uomo non si possa mai sviluppare in un vivo rapporto col mondo e con le sue contraddizioni, formarlo od esserne formata, crescere o degenerare con esso, rappresenta sicuramente una parziale ripresa delle concezioni che all'inizio del secolo caratterizzarono la grande avanguardia letteraria europea (quella dei Musil e dei Kafka) e che Bufalino, nell'angolo remoto della sua Sicilia orientale, torn a far risuonare, in modo del tutto singolare e quasi inaspettato, gi nel suo libro d'esordio.

4 Onde esprimere convenientemente questa educazione alla catastrofe, occorreva naturalmente un linguaggio particolarmente intriso di suggestioni letterarie (i critici le chiameranno citazioni occulte), particolarmente denso di richiami e di evocazioni spazianti da Achille a Werther, da Edipo a Tom Jones, da Antigone ad Anna Karenina, da don Chisciotte a Vautrin, ed effettivamente Bufalino?-?scrittore quanto mai naturalmente dotato oltre che lettore infaticabile e quasi una sorta di Borges italiano?-?regge in questo perfettamente la prova. Si veda, poco dopo l'inizio del terzo capitolo della Diceria , questo passaggio che ritrae i moribondi del sanatorio al loro risveglio e ne fissa le dolenti impressioni 5 :

La stessa cosa, pi grigiamente, dicevano i rumori del risveglio, tutta, una prammatica senza deroghe che, forzando lo spessore del sonno, tornava a celebrarsi ogni ventiquattr'ore accanto al nostro cuscino: era lo scorrere su e gi della spranga nell'anello della porta carraia; era la frenata del furgone del latte sulla ghiaia del viale; l'incespicare del carrello con le siringhe contro l'antica sporgenza dell'ammattonato davanti all'infermeria...

5 Ebbene: chi non risente, in una lontananza che per il tema di fondo riavvicina di molto, il male di vivere degli Ossi del prediletto Montale?

6 Resta comunque un fatto che, a partire proprio dalla Diceria (dove il termine altro non significa che racconto o meglio, secondo ne scrive Bufalino stesso 6 , uno sproloquio mormorato all'orecchio e dove l' untore  come il contagiato che sa di spargere ed ungere dappertutto la morte); resta il fatto?-?dicevo?-?che il dato pi rilevante che la critica ha insistentemente messo in luce, non  stato l'avanguardismo (o la spettralit) del tema affrontato, quanto piuttosto la densit della scrittura in cui tale tema si  espresso, la preziosit dello stile in cui si  venuto realizzando; o l'intonazione poetica o lo spessore culturale che continuamente riflette, onde c' stato chi, come il notevolissimo studioso Carlo Madrignani, ha parlato in proposito di un esercizio di scrittura in cui si cala un'esperienza di vita interamente bruciata al fuoco della reinvenzione stilistica 7 od altri, pi sbrigativamente, di linguaggio dal turgore barocco ancorch vigilato e purificato da una coscienza fortemente autocritica. Ma la verit  che quando si affronta e ci si immerge toto corde in un tema come quello costituito dalla dissoluzione del mondo e dell'uomo, e che fa s che l'uomo stesso perda la sua oggettiva unit e si trasformi da zoon politikon come gi sembrava ad Aristotele, in una successione disordinata e frammentaria di istantanee esperienze in ogni caso sempre inconoscibili?-?un processo degenerativo che culminer nelle Menzogne della notte dove nel terribile capitolo finale leggiamo queste parole 8 : Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d'una pantomima di cenere?; la verit ?-?dicevo?-?che nell'affrontare un tema siffatto, solo una parola particolarissima, un particolarissimo fraseggio o una particolarissima cadenza del tessuto narrativo possono sostenere, artisticamente, un'educazione alla catastrofe che l'attivit creativa dello scrittore s' posta onde disperatamente ricercare l'impenetrabile incognito della condizione umana.

Il trionfo del patologico

7 Sempre nelle Istruzioni per l'uso (cit., p. 1299), a proposito della prima idea della Diceria Bufalino ricorda, con alcuni versi del poeta arabo Ibn Zafar e il Trionfo della morte che ora si trova?-?a Palermo?-?a palazzo Abatellis rimasto miracolosamente salvo sotto le bombe del '44, l'esigenza di liberare in parole un grumo di pensieri che non gli dava pace e che pertanto coagul attorno ad eventi di morte e di estate sotto il segno, insieme metaforico e reale, del contagio. I moribondi che soggiornano quindi sulla Rocca della Conca d'Oro palermitana?-?ove soggiorn peraltro tra il 1946 e il 1947 lo stesso scrittore ammalato di tisi?-?non hanno nulla a che fare con gli ospiti della manniana Montagna incantata, e dell'assurdo confronto che alcuni critici ebbero a istituire con l'opera del grande scrittore tedesco, Bufalino ebbe giustamente a querelarsi ricordando altres, e altrettanto giustamente, che il libro di Mann che egli avvertiva come a lui pi consonante era, semmai, il decadentissimo Morte a Venezia. Nelle sue preziosissime note sulla Diceria, in ogni caso, Bufalino soggiunge:

A monte del libro sta comunque un'esperienza: la scoperta del sentimento di morte, sverginamento lacerante ma anche acquisto arcano e privilegio geloso. Esorcizzare tale esperienza annegandola in un'aria fantastica e magica che la disarmasse; e sfogare insieme quel turgore di parole che dicevo sopra: questa, la doppia spinta che mi costrinse ad esprimermi.

8 Cosa significa tutto questo? Indubbiamente la vecchia presunzione romantica del poeta che, abbandonandosi a una dismisura lirica, ritiene di poter restituire a quella che lo stesso Bufalino chiama l'ossificazione del mondo tutta una sua perduta, o apparentemente perduta, vivezza di sentimenti (e non per nulla l'autore aveva dapprima pensato di dar vita a un prosimetro o addirittura, come nella Vita Nova dantesca, a capitoli che comprendessero testi poetici): in realt?-?e sia pure a un livello molto alto?-?ci troviamo di fronte al dirigersi, quando non addirittura al precipitare, verso il patologico.

9 In che senso? Il correre e il gettarsi con spavalda e frenetica insensatezza verso il disprezzo di s e del mondo; il reagire alle bassezze della vita che si vive, alle sue miserie come alle sue volgarit, con un comportamento ancor pi miserabile e basso; il totale, irriflessivo e disperato rifugiarsi in un non so che balena davanti a una mente malata che, nella sua stessa solitudine, si tormenta e si autoesalta. La parte centrale e ultima della Diceria, che a partire dal capitolo undecimo celebra la fuga dal sanatorio verso il mare dell'io narrante e della sua compagna Marta dal passato torbido e misterioso?-?un'ebrea collaborazionista, un'ex ballerina longobarda o mitteleuropea della Scala, una prostituta di non alto bordo; la morte di quest'ultima in un albergo sul mare in un lago di sangue seminato di bollicine rotonde; le parole ultime che l'innamorato rivolge alla donna morta supplicandola che possa tornargli ad apparire in sogno per non lasciarlo solo in mezzo alla via: tutto questo ed altro che ogni lettore pu da s immaginare costituisce e d forma, in Bufalino, al patologico. Esso diventa quindi quasi un terminus ad quem della composizione letteraria; e si capisce bene perch, al principio degli anni Ottanta, il suo libro che l'anno stesso in cui apparve merit il premio Campiello, dovesse apparire, sia al giudizio della critica sia a quello del grosso pubblico, un evento eccezionale.

10 Ma si capisce altrettanto bene che la fuga e il rifugio nel patologico non possono rappresentare una vera soluzione. La loro direzione  necessariamente altrettanto inconsistente e vuota del vuoto e dell'inconsistenza del terminus a quo, ossia le bassezze del tempo dalle quali si cerca di fuggire. Questo vuoto viene anzi addirittura accresciuto dal carattere specifico del terminus ad quem, vale a dire da quell'elemento patologico che solo in apparenza pu presentare un aspetto positivo?-?l'aspirazione al distacco dalle miserie del mondo -, comportandone invece uno profondamente negativo, ossia la mancanza reale d'ogni qualsiasi contenuto non conoscendo, la concezione del mondo che lo sorregge, alcuna meta per intraprendere finalmente una vita normale.

Il sentimento dell'angoscia

11 Che il patologico comporti inevitabilmente l'angoscia  qualcosa di assolutamente normale?-?il che, come tutti sanno,  stato espresso nel modo pi coerente e suggestivo da Franz Kafka. In una generale prospettiva in cui ci che lo scrittore vede come esclusivo e predominante  la dissoluzione del mondo e dell'uomo nell'incomprensibilit del tutto (Ho corso attraverso la vita senza capirci niente dicono pi volte i suoi personaggi) 9 ,  naturale che il tempo genuino e autentico, il tempo storico, divenga un tempo puramente soggettivo, ossia il tempo di un'esperienza vissuta che si stacca tuttavia, e completamente, dal mondo reale e oggettivo. Il soggetto infatti, respinto su se stesso dalla sua estraneit all'accadere storico-sociale, pu s, in un primo momento, godere di questo suo stato con un entusiasmo assai simile a una sorta di ebbrezza febbrile, ma non tarder certo a riconoscere che tale suo entusiasmo, oltre che vuoto, non potr che comportargli un'angoscia profonda proprio perch assolutamente inconsistente. E ne insorger perfino il terrore. Tutte le memorie, o i sogni, o le fantasie o gli pseudo-ricordi ai quali egli ha dato vita in quel suo stato di febbrile ebbrezza che dicevamo, nell'estremo rifugio della scrittura cui ricorrer per esorcizzarli, non potranno che apparirgli un menzognero simulacro di una vita rifiutata.

12 A questo tema cos drammatico e che mostra quanto profondamente sia penetrata nella vita letteraria l'insensatezza dell'ideologia capitalista,  sostanzialmente dedicato il secondo romanzo di Gesualdo Bufalino, Argo il cieco ovvero i sogni della memoria (del 1984). In proposito, in un'intervista 10 , l'autore ebbe a dichiarare: Racconta la Bibbia che quando Salomone stava per morire volle coricarsi accanto a una ragazza, e non tanto per abbandonarsi ad impossibili imprese amatorie, quanto per farsi contagiare la giovinezza. Ecco, chi scrive  come se si coricasse con la propria giovinezza sperando in un travaso, in una trasfusione di vitalit. Gi si notino i segni del patologico nell'espressione farsi contagiare ; quanto a quelli dell'angoscia e del terrore basti leggere il passo di chiusa del libro. Rivolgendosi al lettore l'autore scrive:

Le parole, dici... Non sono bastate, non bastano. Se ogni terrore, il pi vero, il pi nero, mi prolifica sotto la penna in anguille di vocalizzi, in infami trinit di aggettivi; se ogni tozzo di cuore, ogni brandello di viscere mi si traduce, venendo alla luce, in uno strepito di Coribante. Ahi ahi, lettore mio, solitario archiatra e uditore, eppure tu l'avevi indovinato sin dal principio, mio sosia e fedele caino a cui imploro da queste grinze di cartapecora! Perch non confessartelo, dunque? Scrivere  stato per me solo un simulacro del vivere, una protesi del vivere. E ogni tropo ripeteva, ripete un tafferuglio di mercenari, un vizio da consumare nel segreto d'un gabinetto.

Menzogna, gogna, vergogna... Eccoti, lettore, la mia testa sopra un picca. Pourtant j'avais quelque chose l-dedans...

13 Ci sar pure, in questa chiusa cos dolorosamente affranta, l'eccezionale perizia retorica di cui il Nostro  indubitabilmente dotato, ma c' insieme la confessione, che per mio conto ritengo sincera, del riconoscimento che la scrittura, qualsiasi forma di scrittura, non pu in alcun modo surrogare la vita, la memoria il reale vissuto, la finzione (o la menzogna) il concreto della storia.

14 Eppure in Argo il cieco ?-?rievocazione a oltre trent'anni di distanza (in un albergo romano) di una felice estate del '51 quando il protagonista, che, non certo casualmente porta lo stesso nome dello scrittore, insegnava a Modica in un istituto magistrale?-?l'argomento  tutt'altro che angosciante: elegiaco piuttosto o, se si vuole, idilliaco. A trasformarlo via via quasi in un incubo  l'opposizione giovinezza/vecchiaia. L'io narrante, ora che la morte mostra con sempre maggiore chiarezza il suo profilo, cerca di contagiarsi con la vitalit di un tempo attraverso la memoria che, nello stato d'animo in cui trova, non pu che trasformarsi in sogno assumendone insieme i contorni mendaci. La soggettivazione del tempo, del resto, non pu che avere siffatte conseguenze. Al soggetto che non pu?-?e soprattutto non vuole?-?comprendere il divenire del mondo, non resta che contemplare se stesso, unica sostanza che gli sia rimasta. E questa sorta di auto-contemplazione, che cerca vanamente il riscatto nella scrittura, diviene effettivamente generatrice d'incubi. Scrive a un certo punto Bufalino in uno di quei capitoli meditativi che fanno da contrappunto alla narrazione vera e propria 11 :

Tanto tempo  passato. Ora, se provo a fischiare, il sibilo che mi nasce da questo buco fra i denti, qui dove due incisivi mi fanno difetto, non significa nulla. Non ho pi amici n favole, solo compongo cabale e cabalette di parole, beffe e baruffe di parole per ingannare la morte.

15 E poco dopo:

Scrivo inizi di libri che non scriver. Rumino attacchi da Hellzappopin', ghiribizzi da disperato [...] Ma scrivere mi piacesse, almeno! Invece trascino la penna come una gamba zoppa, aro la carta per amaro farmaco e penitenza. Questo miracolo di creare un po' di suoni e segni una bolla d'inesistenze ciarliere; come non finisce per apparirmi un'azione losca, una colpa [...] Ahi, povero Gesualdo!

16 E qui in realt Gesualdo, non l'io-narrante di Argo ma lo scrittore di Comiso Gesualdo Bufalino tocca, e sia pure ambiguamente ma certo con dolorosa franchezza, il dramma insito nell'ideologia artistica della grande letteratura d'avanguardia: la sua tragica disperazione nel constatare di vivere in un modo ormai completamente dissolto.

17 In uno scritto poi raccolto nel 1985 in Cere perse e dedicato ad Alessandro Manzoni ( Ostaggio dello spavento ) Bufalino ebbe a scrivere 12 : Un libro non  soltanto, o non  sempre, un tempio delle idee o un'officina di musica e luce;  anche un luogo oscuro di sfoghi e di rimozioni, dove si combatte un duello senza piet, con la sola scelta di guarire o morire.  chiaro che lo scrittore, forse un tantino stizzosamente, intese rivendicare, a fronte del realismo critico della grande letteratura romanzesca dell'Ottocento europeo, la validit della nuova poetica novecentesca, ossia la poetica della crisi, della sofferenza, dell'angoscia, del solipsismo; la poetica che si incentra su un duello mortale con la sola scelta di guarire o morire. Il che lo porter, dopo gli icastici racconti dell' Uomo invaso , alla stesura di quel suo romanzo che qui, in queste nostre poche annotazioni, intendiamo brevemente prendere in esame: Le menzogne della notte .

18 In quei suoi racconti che dicevamo e che, per lo pi brevi, sommamente emblematici e come alla Borges, lo scrittore raccolse nel 1986, ce n' uno che torna a ribadire, con esemplare chiarezza, l'insensatezza e il male del vivere. Si tratta di quell' Uscita dall'arca ovvero il disinganno nel quale lo scrittore ricostruisce a suo modo i centocinquanta giorni del diluvio universale e l'uscita dall'arca di No, di sua moglie, dei suoi figli e di tutti gli animali?-?di tutta la compagine insomma umana e ferina destinata alla redenzione 13 . Bene: nel momento di questo sbarco verso il riscatto No, scrive Bufalino 14 , volse il capo al cielo, aspettando. Il cielo era azzurrissimo e vuoto, dove un arcobaleno ironico impallidiva. Poi una colomba apparve lass, la sua colomba, e sembrava sbandare con ali goffe, sbalordita dal sole. Cos'era accaduto? Questo: che subito, nell'ora prima del giorno primo della presunta redenzione, un falco l'aveva gi ferita a morte.

No non s'avvide del falco, sent solo un frullo, uno strido e piombargli un'ombra bianca fra i piedi, spruzzargli le gambe col sangue della sua gola squarciata.

Ma come? No aguzz occhi ed orecchi sospettosi sul mondo. Stupefatto e sospettoso spiava il mondo redento. E ud le voci irose dei figli, vide su un sasso chiudersi un pugno, un ragno tessere fra due steli una tela e una mosca ronzarvi accanto. Un lupo url dietro un agnello, una vipera morse un calcagno... Ma come? L'uomo chiese con gli occhi alla donna e la donna gli rispose con gli occhi. Una lacrima sorse a No lungo la gota, si mischi col pelame del mento. Lui la pul col rovescio della mano, curv le spalle, s'incammin.

Ma come? si domandava.

19 In termini moderni (e altamente letterari)  la traduzione di ci che recita la Sacra Scrittura (Gn 8 20 ss.): Il Signore odor la soave fragranza [dell'altare edificatogli da No] e disse in cuor suo: Io non torner pi a maledire il suolo per cagione dell'uomo, perch i progetti del cuore umano sono malvagi fino dall'adolescenza; e non torner pi a colpire ogni essere vivente come ho fatto. Finch la terra durer, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai'. Ebbene:  questa la concezione teologica dell'immutabilit del male del mondo n si pu onestamente dire che l'amara stupefazione di No, il suo disinganno espresso nel semplice e ripetuto ma come?, aprano molte strade all'opposta concezione che ritiene che l'uomo possa elevarsi da s dallo stato ferino della propria brutalit.

20 E veniamo infine alle Menzogne della notte che, comparso nel 1988, suscit giudizi contrastanti anche se su un piano per lo pi formale e relativo alle continue invenzioni stilistiche dello scrittore e alle sue altrettanto continue citazioni occulte (vinse in ogni caso lo Strega di quell'anno). Sar tuttavia bene dir subito che, nonostante il clima assai cupo e misterioso del paesaggio in cui il romanzo si iscrive (una lugubre fortezza borbonica su un'isola disabitata; quattro condannati politici che debbono trascorrere la notte in attesa dell'esecuzione fissata per l'indomani; l'improvvisa decisione dell'Esecutore di salvar loro la vita in cambio di una rivelazione che a lui sta molto a cuore), il libro si presenta da subito con una narrazione che, quasi paradossalmente, vorrei definire persino ariosa, in ogni caso quanto mai coinvolgente e accattivante. Il primo capitolo informa del luogo dove l'azione si svolge o si svolger ma senza alcuna, e voluta, precisazione di un tempo storico che comunque pu porsi all'indomani della grande rivoluzione di Francia, allorquando le parole di uguaglianza, libert e fratellanza suscitavano ancora in Europa (e persino nella Sicilia borbonica) entusiasmi e speranze di riscatto; il secondo d invece notizia, attraverso curricula notarili, dei quattro rei di lesa Maest; un attempato barone, un quarantenne sedicente poeta, un soldato dalla vita avventurosa e un giovane Narciso che del pi anziano poeta  devotissimo ammiratore. Sar invece nel terzo capitolo?-?quello dedicato agli inattesi patteggiamenti?-?che comparir la misteriosa figura del Governatore, ossia di colui che dovr dar seguito alla gi decisa esecuzione o revocarla e che ricomparir quindi, nel seguito del romanzo (in ci davvero romanzo), sotto le mentite spoglie di un frate. Per il momento comunque, in attesa delle sorprese finali e della stessa alba fatale, si decide che la notte verr trascorsa con il racconto che ciascuno dei quattro far di se stesso, verit o menzogna che siano, onde poi ciascuno possa liberamente illustrare l'ora di vita che egli abbia ritenuto la pi memorabile e, se possibile, la pi confacente a far qualche luce riguardo al mistero che  stato lo spettacolo del proprio vissuto. E con i quattro mirabili racconti, ciascuno intonato su una corda molto diversa, il libro entra nella sua pienezza anche se, inevitabilmente, entra pure nel clima, cos tipico di Bufalino, della discussione sulla sensatezza o non sensatezza dell'esistere. Il tema concreto del morire per mantener fede a un ideale politico si viene cos lentamente a esaurire e a salire in primo piano  invece quello astratto delle comprensibilit o dell'incomprensibilit della vita. Leggendo le ultime pagine di queste Menzogne viene in mente la nota battuta di Kafka nei suoi colloqui con Max Brod: Il nostro mondo  solo un malumore di Dio, una cattiva giornata. Ma il fatto ?-?non diversamente dallo stupito disinganno di No espresso nel suo ancor pi stupito ma come?; il fatto  che ancor oggi lo scrittore non concepisce l'allontanamento di Dio dal mondo degli uomini come quella liberazione di cui parlavano Epicuro o gli atei della borghesia rivoluzionaria, ma come il risultato della pascaliana deiezione?-?come il trionfo della desolazione della vita e, in un mondo quale  il nostro dominato dall'affarismo capitalistico, come la sconfitta di ogni proposito umano, ancor che retto e sincero.

Note

1 In Istruzioni per l'uso (di Diceria dell'untore): vd. a p. 1299 di G. Bufalino, Opere / 1 (1981-88), a cura di M. Corti e F. Caputo, Bompiani, Milano, 2006.

2 Ivi, p. 1342.

3Tommaso e il fotografo cieco (Bompiani, Milano, 1996).

4 Vd. Le menzogne della notte in G. Bufalino, Opere, cit., p. 676. Le menzogne della notte sono del 1988.

5 Cfr. Bufalino, Opere, cit., p. 21.

6 Sempre in Istruzioni per l'uso: e vd. G. Bufalino, Opere, cit., p. 1301.

7 Vd. C. Madrignai, Diceria dell'untore, Befagor, XXXVI (1981), p. 614.

8 In G. Bufalino, Opere, cit., p. 685.

9 Vd. per esempio La diceria dell'untore, in G. Bufalino, Opere, cit., p. 132.

10 Ne Il Mattino del 24 gennaio 1985.

11 Si tratta del capitolo VI bis di Argo il cieco, intitolato, alla Joyce, Ritratto dll'artista come giovane zufolo (in G. Bufalino, Opere, cit., pp. 295-96).

12 Vedilo in G. Bufalino, Opere, cit., pp. 906-11. La citazione a p. 910.

13 Lo si pu leggere alle pp. 458-64 di G. Bufalino, Opere, cit.

14 La citazione in chiusa del racconto.

VI. Il senso della storia nell'opera di Vincenzo Consolo

1 Cade qui opportuno parlare di un altro scrittore siciliano non certo meno colto e raffinato di Gesualdo Bufalino (di lui pi giovane di poco pi d'un decennio) 1 , ma a lui ideologicamente e letterariamente opposto: Vincenzo Consolo. Nella sua opera che qui come sempre, pi che descrivere affronteremo per quanto servir al nostro discorso pi generale, non c' infatti soltanto un fortissimo sentimento della storia, ma c' pure il coraggioso tentativo, inevitabilmente sperimentalistico, di impostare il romanzo sul fondamento di una parola e di un fraseggio non turgidi ma icastici, quasi una traduzione istantanea del pensare e dell'agire degli uomini.

2 Siciliano dunque di Sant'Agata di Militello, un paese?-?per ripetere ci che ne scrisse Leonardo Sciascia 2 ?-?a met strada tra Palermo e Messina (sul mare, Lipari di fronte, i monti Peloritani alle spalle), sesto degli otto figli di un piccolo commerciante di prodotti alimentari, Consolo trascorse nell'isola adolescenza e giovinezza (tranne gli anni universitari a Milano) e del suo paese natale fece echeggiare, gi nella sua opera prima ( La ferita dell'aprile del 1963), quello che sempre Sciascia (che se ne intendeva) defin l'impasto dialettale, la fonda espressivit che  propria alle aree linguistiche ristrette, le lunghe e folte e intricate radici di uno sparuto rameggiare. Ed era quello (e ancora Sciascia lo sottolinea) non gi un artificioso gaddismo siculo anzich lombardo, ma un prepotente volersi inserire da subito nella storia e in quella, precipuamente, di coloro che la vivono, come del resto accadde allo stesso scrittore, dalla parte degli sconfitti; la patiscono nelle sue ingiustizie e vi si ribellano, altro non potendo, con la parola e con la scrittura. La letteratura, in due parole, non come professione ma come impegno civile. Donde anche una notoriet raggiunta tutt'altro che facilmente 3 .

Il senso della storia

3 Ebbe a scrivere Marx nella Sacra famiglia 4 : La classe possidente e la classe del proletariato rappresentano la stessa autoestraniazione umana. Ma la prima classe si sente completamente a suo agio in questa autoestraniazione, sa che essa costituisce la sua propria potenza ed ha in essa la parvenza di un'esistenza umana; la seconda, in tale estraniazione, si sente invece annientata, vede in essa la sua impotenza e comprende in essa la realt di una?-?la sua?-? esistenza non umana . Per usare un'espressione di Hegel essa , nell'abiezione, la ribellione contro questa abiezione, ribellione a cui essa  necessariamente spinta dalla contraddizione tra la sua natura umana con la situazione della sua vita, che  la negazione aperta, decisa, assoluta di questa natura. Ebbene: questo non facile compito di rappresentare nel profondo e come all'interno stesso della coscienza tale drammatico dilemma mi sembra quello assunto dal nostro Vincenzo Consolo, forse tra i maggiori scrittori italiani ancora in vita. C' una sua pagina, nel Sorriso dell'ignoto marinaio (1976)?-?questo romanzo (ma il termine  improprio come vedremo), che culmina nella rivolta contadina di Alcra Li Fusi contro i feudatari del luogo al tempo della spedizione garibaldina dei Mille che, nel significato sopra proposto, mi sembra esemplare. Avendovi casualmente assistito, il protagonista del libro, l'appassionato malacologo barone di Mandralisca, di idee liberali ma lontano sino a quel momento dall'azione politica, non pu esimersi, date le circostanze, da due decisive riflessioni: la considerazione cio che esiste una storia dei vincitori e una dei vinti, scritta la prima e mai scritta la seconda, e che in questa drammatica dicotomia, perenne e a prima vista irresolubile, consiste precisamente la tragedia della Storia. Nell'atto di stendere una relazione sui fatti appena accaduti, e di stenderla come avrebbe fatto uno di quei rivoltosi protagonisti moschettati in Patti, intuendo e avendo come gi chiaramente presente tale versione in inconciliabile opposizione a quelle delle gazzette e libelli appartenenti, per cos dire, alla voce ufficiale della storia, confessa e ammette l'impossibilit dell'impresa: No, no! dice 5 nel suo particolare linguaggio d'intellettuale siculo di met Ottocento. Che per quanto l'intenzione e il cuore sian disposti, troppi vizi ci nutriamo dentro, storture, magagne, per nascita, cultura e per il censo. Questo scarto di voce e di persona?-?ossia questo immedesimarsi nella classe del proletariato per dirla con Marx?-?gli appare un'azione scorretta; quanto meno un'impostura. Spiega difatti:

 impostura mai sempre la scrittura di noi cosiddetti illuminati, maggiore forse di quella degli ottusi e oscurati da' privilegi loro e passion di casta. Osserverete: ci son le istruzioni, le dichiarazioni agli atti, le testimonianze... E bene: chi verga quelle scritte, chi piega quelle voci e le raggela dentro i codici, le leggi della lingua? Uno scriba, un trascrittore, un cancelliere. Quando [Mentre invece] un immaginario meccanico istrumento tornerebbe al caso, che fermasse que' discorsi al naturale, siccome il dagherrotipo fissa di noi le sembianze. Se pure, siffatta operazione sarebbe ancora ingiusta.

4 Perch? Perch la classe dei possidenti, pur con tutto il suo presunto progresso, o forse proprio per questa sua presunzione, non ha la chiave per intendere la natura pur sempre umana dell'altra, che tuttavia la storia ha come lasciato nel suo analfabetismo secolare del corpo e dello spirito. Ascoltiamo ancora il barone:

Poi che noi non possediam la chiave, il cifrario atto a interpretare que' discorsi. E cade acconcio in questo luogo riferire com'io ebbi la ventura di sentire un carcerato, al castello dei Granza Maniforti, nel paese di Sant'Agata [di Militello], dire le ragioni nella parlata sua sanfratellana, lingua bellissima, romanza o mediolatina, rimasta intatta per un millennio sano, incomprensibile a me, a tutti, comecch dotati d'un moderno codice volgare. S'aggiunga ch'oltre la lingua, teniamo noi la chiave, il cifrario dell'essere, del sentire e risentire di tutta questa gente? Teniamo per sicuro il nostro codice, del nostro modo d'essere e parlare ch'abbiamo eletto a imperio a tutti quanti: il codice del dritto di propriet e di possesso, il codice politico dell'acclamata libert e unit d'Italia, il codice dell'eroismo come quello del condottiero Garibaldi e di tutti i suoi seguaci, il codice della poesia e della scienza, il codice della giustizia o quello d'un'utopia sublime e lontanissima.

5 Fermiamoci un momento per sottolineare questo passaggio-chiave e davvero decisivo non solo per denunciare autocriticamente una frattura che appare incolmabile tra le due classi e le due umanit, ma per prenderne soprattutto atto onde iniziare, ed esattamente da qui, la pars costruens dell'impegno e del dovere politico. La storia, sostanzialmente dice il barone di Mandralisca, non appartenente alla classe dei cosiddetti illuminati e sicuramente dei possidenti, ha indubitabilmente compiuto nel corso dei secoli, e gi da prima della nascita del Redentore, il suo cammino progressivo e feroce: il diritto di propriet ha generato i suoi codici politici giuridici e culturali e, irridente, ha lasciato l'altra parte, quella sopraffatta, nei suoi, totalmente disattesi incomprensibili e disprezzabili.  col ferro che si costruisce la civilt, proposizione inconfessabile ma vera. Quindi prosegue:

E dunque noi diciamo Rivoluzione, diciamo Libert, Egualit, Democrazia; riempiamo d'esse parole fogli, gazzette, libri, lapidi, pandette, costituzioni, noi, che que' valori abbiamo gi conquisi e posseduti, se pure li abbiam veduti anche distrutti o minacciati dal Tiranno o dall'Imperatore, dall'Austria o dal Borbone. E gli altri che mai hanno raggiunto i diritti pi sacri e elementari, la terra e il pane, la salute e l'amore, la pace, la gioia e l'istruzione, questi dico, e sono la pi parte, perch devono intender quelle parole a modo nostro? Ah, tempo verr in cui da soli conquisteranno que' valori, ed essi allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perch i nomi saranno intieramente riempiti dalle cose.

6 Ci si ricordi a questo punto della novella Libert di Verga, relativa alla selvaggia rivolta di Bronte nel catanese e alla ancor pi spietata e selvaggia repressione di Nino Bixio (4 agosto 1860): non potremo non renderci immediatamente conto della profonda differenza d'atteggiamento che nei confronti delle due rivolte, cos prossime nei luoghi e nel tempo, hanno assunto due diversi esponenti della classe dei possidenti: in Verga la brutalit della sommossa e del suo castigo (giusto oltre che inevitabile)  appena addolcita, se cos posso esprimermi, dal sentimento religioso della misericordia e in ogni caso, sul piano storico, assistiamo alla risoluta affermazione che le due classi antagoniste, quasi per decreto divino, dovranno eternamente coesistere nello statu quo (I galantuomini non potevano lavorare le loro terre con le proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini); in Consolo, che ha ben pi presente, anzi sommamente presente la natura umana delle due classi antagoniste, hai non solo il riconoscimento di quanto sia stata giusta la cruda ribellione contadina, ma anche l'inattesa affermazione che la classe dei possidenti, mancando dei necessari codici interpretativi, dovrebbe comunque astenersi dal giudicare un evento che ha in realt appalesato l'ignominia umana della Storia stessa. E quando?-?e sia pur in un tempo remotissimo?-?anche la classe degli oppressi e dei vinti avr conquistato i valori superiori della civilt, essi saranno in ogni caso diversi da quelli acquisiti e comunemente intesi dagli appartenenti alla classe degli attuali possidenti: saranno parole nuove, vere per loro e giocoforza anche per noi; e vere perch i nomi saranno intieramente riempiti dalle cose. Qui in realt ci troviamo di fronte all'autentico senso della storia e, soprattutto, allo svelamento delle sue infamie morali, politiche ed economiche.

La difficile conquista della ragione

7 Gli uomini desti?-?ebbe a sentenziare Eraclito?-?appartengono a un mondo comune e solo nel sonno ognuno si apparta in un mondo a lui proprio. Potrebbe questo essere un motto da apporsi quale epigrafe a Retablo , quello scritto di Consolo del 1987 che fa come da intermezzo tra Il sorriso dell'ignoto marinaio e i successivi Nottetempo, casa per casa (1992) e Lo Spasimo di Palermo (1999), una trilogia che in un vorticoso crescendo svela gli inganni le crudezze e le insensatezze della storia, dalla cosiddetta unit d'Italia?-?in realt la piemontizzazione della penisola?-?alle sopraffazioni del fascismo e ai crimini del momento che abbiamo appena vissuto (gli assassin di Falcone e Borsellino). Retablo (come del resto e con ben maggiore evidenza il precedente Lunaria )  invece come un momento di pausa nel quale tuttavia, per il particolare discorso che veniamo conducendo, non mancano importanti e rivelatrici considerazioni. Nel secondo quadro del trittico, il pi vasto e imponente intitolato Peregrinazione (siamo nel Settecento, l'et della borghesia illuminata, dei viaggi e delle grandi scoperte archeologiche, dell'entusiasmo per il dispotismo illuminato e in certo modo del ritrovamento dell'uomo nel nome della ragione), l'aristocratico pittore milanese Fabrizio Clerici, giunto con berbera navigazione nella favolosa Mozia de' Fenici, si trova di fronte a orci ricolmi di ossa antiche, pi antiche di Cristo o Maometto, ormai polite e nette come ciottoli di mare e, in pi, ossa d'innocenti: si trova cio in quel cimitero ove i Fenici di quest'isola seppellivano i fanciulli dopo averli sacrificati ai loro di. Ma il riflessivo artista milanese, l'ideale compagno dei Verri e dei Beccaria, non inorridisce come il suo siculo valletto, l'innocente e sventurato Isidoro; spiega anzi come quei remoti navigatori aprirono per le vie del mare nuove conoscenze insegnando a tutti i popoli, ad esempio, l'alfabeto e la scrittura segnica dei suoni. Sennonch il fervore precettistico del savio milanese s'interrompe presto in questa riflessione quasi rivolta sottovoce a se stesso 6 :

Ma cos mai sempre  la veritate della storia, il suo progredire lento e contrastato, il miscuglio d'animalit e di ragione, di tenebra e di luce, barbarie e civilt. E troppo presto esulta, a mio giudizio, il barone di Montesquieu, nel suo ess titolato Esprit des lois, per la superiore civilt dei Greci di Sicilia, per i Siracusani che, dopo la vittoria d'Imera, per volont del loro re Gelone, imposero ai Cartaginesi nel trattato di pace d'abolire quell'usanza d'uccidere i fanciulli. Cos dice il filosofo, il giurista (e qui riporto quanto ritiene la memoria mia): Le plus beau trait de paix dont l'histoire ait parl est, je crois, celui que Glon fit avec le Carthaginois. Il voulut qu'ils abolissent la coutume d'immoler leurs enfans. Chose admirable!... Ma ignorava il Montesquieu che i Siracusani stessi, col tiranno loro Dionisio, tempo dopo, espugnata e saccheggiata quest'isola di Mozia, punivano crocifiggendoli quei Greci mercenari che avean combattuto coi Moziesi. E vogliamo qui memorare le barbarie dei Romani o i massacri vergognosi che gli Ispani, nel nome di Cristo e della santa Chiesa, compirono contra i popoli inermi delle Nuove Indie? Ah, lasciamo di dire qui di quanto l'uomo  stato orribile, stupido, efferato. Ed , anche in questo nostro che sembra il tempo della ragione chiara e progressiva. L'uomo dico in astratto, nel cammino generale della storia, ma anche ciascun uomo al concreto  parimenti ottuso, violento nel breve tempo della propria vita. Vive sopravvivendo sordo, cieco, indifferente su una distesa di debolezze e di dolore, calpesta inconsciamente chi soccombe. Calpesta procedendo ossa d'innocenti, come questi del campo per cui procediamo io e Isidoro.

8 Gli uomini desti, coloro che sentono di appartenere a un mondo comune, che vivono in un mondo comune?-?gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri o gli uni contro gli altri?-?possono, sol che lo vogliano, comprendere cosa sia la storia, misurarne le ben maggiori atrocit e le ben minori ma confortanti virtualit; possono, sul fondamento delle riflessioni portate su di essa, rinnovarsi dal profondo, conquistare coscienza e consapevolezza di ragione, non disperare. In questo senso il lungo viaggio del milanese Fabrizio Clerici per la Sicilia del presente e del passato (fenicio, greco, cartaginese, romano, arabo, bizantino e via discorrendo) diviene un lungo, arduo itinerario non in Dio ma nella riconquista dell'umano e dell'umano intelligere; e non solo relativamente al protagonista-principe del racconto?-?il raffinato intellettuale Fabrizio Clerici?-?ma anche nei confronti, per cos dire, del suo miserando Sancio Panza, quell'infelice fraticello che sfratatosi per amore, Isidoro, accompagna lungo tutto il viaggio il suo dominus vittima anch'egli?-?almeno in questo le due classi economiche e sociali appartengono alla medesima natura umana?-?d'una altezzosa nobildonna milanese che sta per divenire la marchesina Beccaria. Rendersi conto del perch di tutto ci e ricostruire il vissuto (anche il sogno, anche il privato) alla luce di una ragione difficilmente conquistata e ancor pi difficilmente conquistabile, costituisce l'impegno dei protagonisti degli scritti di Consolo, del loro autore che in essi rivive e inventando s'immerge (il che vale anche per l'esordio della Ferita dell'aprile), dell'uomo che si sforza di annientare la propria animalit per divenire veramente uomo. L'olivo e l'olivastro: l'umano e il bestiale, il coltivato e il selvatico.

9 Un primo e riuscito tentativo di realizzare quest'arduo proposito  sicuramente consegnato in Nottetempo, casa per casa del 1992, una sorta di poema ; come vorrei definirlo, che nei classici dodici canti svolge appunto il tema dell'uomo che atrocemente colpito da un'ignota offesa o sacrilegio, Petro Marano (dal suo nome di rinnegato??-?gli abissi della storia), si sforza da s solo di levarsi di dosso la continuata pena della sventura: la follia animalesca del padre, la stortura mentale che colpisce la sorella, la confusione babelica che corrompe persino il linguaggio, stracangia le parole e il senso loro, onde il pane si fa pena, la pasta peste, il miele fiele, la pace pece, il senno sonno 7 . Ma converr volger l'occhio sulla chiusa, su quella Fuga che porta in epigrafe un verso virgiliano: Longa tibi exilia et vastum maris aequor arandum . Che il destino, o Petro Marano, ti sia felice come quello d'Enea, sorride forse il lettore...

10 Petro comunque non  progenie di Venere. Suo padre ha avuto s la buona sorte d'ereditare da un illuminato barone cui serviva, parte della terra e case che il defunto possedeva, ma il lascito non ha tardato a volgersi in offesa: Bastardo l'erede e figlio del Bastardo il figlio dell'erede; oltre che il livido, perenne rancore dell'espropriato. Il clima arcaico d'una societ quasi ancora immersa nella pastorizia e nell'agricoltura con le sue tare ereditarie (la feudale arroganza dei grossi possidenti e la meschina miseria della plebe analfabeta) fa il resto; come fa il resto (siamo al principio degli anni Venti) il progressivo avanzare del fascismo, l'ubriacatura della media borghesia che delira per il dannunzianesimo, l'ormai evidente fallimento della cosiddetta questione meridionale (un fallimento, sia detto tra parentesi, consapevolmente progettato e voluto), la stravolgente devastazione irrazionalistica, da distruzione della ragione, storicamente rappresentata dal comparire in Sicilia della Grande Bestia dell' Apocalisse , alias Aleister Crowley, mago profeta e satanista. Inutilmente compare anche, quasi in conclusione della fabula , la figura di quel personaggio che un tempo si definiva l'eroe positivo?-?quel Cicco Paolo Miceli che, nonostante il suo aspetto da rachitico, aveva vivida la coscienza e gli occhi sempre accesi e il cui interesse primo era la storia, la vita pubblica, la condizione al presente della gente, ch per la gente aveva attenzione, per la miseria 8 : inutilmente. Nonostante un popolano amore ritrovato nel cui grembo avrebbe voluto entrare interamente e, rannicchiandovisi dentro e totalmente dimenticandosi, trovare finalmente la pace; nonostante l'enorme sforzo di solidarizzare con i ribelli e gli anarchici di cui pure non condivideva affatto, per cos dire, il dannunzianesimo di sinistra (quello di un melmoso e parolaio Rapisardi), Petro Marano comprende che la riabilitazione non pu che consistere nella fuga, ma una fuga che fosse insieme resurrezione: l'emigrazione a Tunisi come un emigrante qualsiasi, un emigrante in cerca di lavoro, casa, di rispetto. Ed  su questo rispetto che vale la pena di posare particolarmente l'accento: rispetto per se stesso e per gli altri, per gli uomini desti di Eraclito, per gli uomini che appartengono al mondo comune e che lasciano al sonno quello infinitamente inferiore del privato; lo riscattano anzi dal suo dolore col proposito di darne, col tempo, meditata ragione. Per il momento e come in attesa di questo difficile risveglio, del sorgere di questo molto meno enfatico sole dell'avvenire,  l'ora del distacco?-?nottetempo e casa per casa?-?da un passato consapevolmente se pur dolorosamente respinto; da una memoria della quale si dovr un giorno calcolare il peso, capirne a fondo il significato. Andarono spediti col venticello di levante del mattino. Col cielo che appena si chiariva dietro la massa della Rocca, l'arco di luna, le stelle che smorivano, i lumi del paese, le lampare delle barche. Chiariva il mare, la scia della paranza. Vide nascere man mano e lontanarsi il Castello sopra il colmo, la roccia digradante, la balza tonda, il Duomo contro in tutta l'eminenza, San Domenico, la caserma, Marchiafava, il Monte Frumentario, e le casipole ammassate, le mura, gli archi, le infinite finestrelle, le altane, i lstrici sul porto... Conosceva quel paese in ogni casa, muro, pietra [...] l'aveva amato. Ora n'era deluso, disamorato per quello ch'era avvenuto, il sopravvento, il dominio ch'aveva preso la peggiore gente, la pi infame, l'ignoranza, la violenza, la caduta d'ogni usanza, rispetto, piet... 9 . Conosciamo tutti l'addio che Renzo diede alla patria; questo di Petro Marano fa balenare, attraverso la memoria, le infamie della Storia.

11 L'ultimo dei testi della trilogia di Consolo, Lo Spasimo di Palermo ,  fuor di dubbio il pi complesso, il pi drammatico e il pi attuale: perci stesso, e quasi inevitabilmente, il pi difficile di questi difficili libri; in certa misura il meno lineare nell'ossessivo affollarsi di passato e presente, nel contrapporsi di storia a memoria, nel vano bisogno di conforto che il ricordo potrebbe dare e che suscita al contrario un cocente sentimento di patimento, di sconfitta, di spasimo. Lo Spasimo di Palermo, beninteso,  riferito a un dipinto di Raffaello che ritrae la caduta di Cristo sul cammino del Calvario e allo spasimo della Vergine che, andata a lui incontro, rimane attonita davanti a tanto strazio del Figlio; ed  uno strazio ed uno spasimo che da Palermo e dalla Sicilia non tarda ad allargarsi al mondo intero, a questa societ in cui la violenza nazi-fascista, sotto altre forme apparentemente pi benevole, merc il traino dell'ormai libero e selvaggio capitalismo, non ha fatto che inondare il mondo con la sua spietata corruzione. Dopo la guerra il dopoguerra. Cosa hanno fatto, di effettivamente positivo e concreto, le due generazioni che si sono via via succedute, quella del protagonista del libro, lo scrittore Gioacchino Martinez, e quella del figlio Mauro? La prima, anche nel turbine dei privati dolori, s' murata nell'inerte azzardo letterario; la seconda, ritenendosi forte di una lucida ragione, nell'azzardo temerario e inconcludente della lotta armata, del terrorismo. Ma  forse cos che si costruisce una societ nuova e civile, fondata sulla giusta convivenza? Questa amara confessione, che  implicitamente sottesa in tutte le aggrovigliate pagine del racconto, che in certo modo ne determina gli eventi e si concretizza in rimorsi che a loro volta prendono figura d'assurde e ossessive apparizioni; questa confessione si libera finalmente nel capitolo conclusivo sennonch, proprio al termine della confessione e della liberazione, esplode sotto casa l'attentato e la morte del giudice Borsellino. Aveva appena scritto il padre al figlio 10 :

Questa citt [Palermo], lo sai,  diventata un campo di battaglia, un macello quotidiano. Sparano, fanno esplodere tritolo, straziano vite umane, carbonizzano corpi, spiaccicano membra su alberi e asfalto?-?ah l'infernale cratere sulla strada, per l'aeroporto!?-? una furia bestiale, uno sterminio. Si ammazzano tra di loro, i mafiosi, ma il principale loro obiettivo sono i giudici, questi uomini diversi da quelli d'appena ieri o ancora attivi, giudici di nuova cultura, di salda etica e di totale impegno costretti a combattere su due fronti, quello interno delle istituzioni, del corpo loro stesso giudiziario, asservito al potere o nostalgico del boia, dei governanti complici e sostenitori dei mafiosi, da questi sostenuti, e quello esterno delle cosche, che qui hanno la loro prima linea, ma la cui guerra  contro lo Stato, gli Stati per il dominio dell'illegalit, il comando dei pi immondi traffici.

12 Parole dure, icastiche e, soprattutto, veritiere; tali da evocare il rimpianto per il grande romanzo realista dell'Ottocento; parole che suggeriscono la figura super-umana del balzacchiano Vautrin che induce, simile a un Mefistofele, gli uomini che si dibattono nella loro insensatezza a prendere la via della realt, ossia dell'abiezione capitalistica: la via dell'arrivismo nudo e crudo. Cosa viene qui particolarmente illustrato se non la disinvolta complicit, ormai neppur quasi dissimulata, tra uomini di governo e uomini di malaffare nel sostenersi reciprocamente nell'et in cui viviamo, in questo dopoguerra in cui il capitalismo, arrivato ormai a un potere senza pi limiti, spinge gli uomini verso la degradazione pi completa attirandoli progressivamente nelle spire della pi profonda degenerazione? Il conte Mosca, in Stendhal, cos formulava i suoi consigli a Fabrizio del Dongo: La vita nella societ somiglia al gioco del whist. Chi vuol giocare non deve indagare se le regole del gioco siano giuste, se abbiano qualche ragione morale o altro.

13 Proprio mentre sta stendendo questa sua confessione-rapporto che vorrebbe essere in certa misura liberatrice, lo scrittore Gioacchino Martinez viene interrotto dall'attentato al giudice Borsellino 11 :

E fu in quell'istante il gran boato, il ferro e il fuoco, lo squarcio d'ogni cosa, la rovina, lo strazio, il ludibrio delle carni, la morte che galoppa trionfante.

Il fioraio, l in fondo, venne scaraventato a terra con il suo banchetto, coperto di polvere, vetri, calcinacci.

Si sollev stordito, sanguinante, alz le braccia, gli occhi verso il cielo fosco.

Cerc di dire, ma dalle secche labbra non venne suono. Implor muto

O gran mano di Dio, ca tantu pisi,

cala, manu di Diu, fatti palisi!

14 Allo scadere di duemila anni di civilt post Christum natum i popolani si vedono ancora costretti a invocare la giustizia di Dio.

Memoria e romanzo

15 Nel 1881, l'anno dei Malavoglia, Giovanni Verga non si faceva illusioni sul suo romanzo. So anch'io?-?scriveva a Felice Camerini?-?che il mio lavoro non avr successo di lettura, e lo sapevo quando mi sono messo a disegnare le mie figure; eppure?-?diceva a un altro suo corrispondente?-?se mai dovessi tornare a scriverli li scriverei allo stesso modo. Perch? Perch ci cui lo scrittore mir?-?come pure s'espresse altrove lui stesso?-?fu il tentativo di dare, attraverso semplicit di linee e uniformit di tono, l'efficacia della coralit dell'insieme e far s che a libro chiuso, tutti i personaggi che l'artista aveva posto sulla pagina con il metodo del discorso indiretto e della rappresentazione degli eventi quali si riflettono nei cuori e nei cervelli d'essi personaggi, resuscitassero nella mente del lettore con l'evidenza di chi li aveva conosciuti di persona, nato e vissuto in mezzo a loro. Mai nessuno aveva prima tentato di dar vita a un'opera d'arte tanto collettiva, autonoma e capace d'imporsi solo in virt della forza espressiva con la quale si presentava; e non a caso la chiusa del romanzo  rimasta memorabile: Ma il primo di tutti a cominciar la sua giornata  stato Rocco Spatu.

16 Che a Verga si colleghi consapevolmente Vincenzo Consolo  cosa ben nota e che lo stesso Consolo, anche adducendo particolari circostanze biografiche, orgogliosamente rivendica. E sin dall'esordio del '63 con La ferita dell'aprile il cui incipit suona:

Dei primi due anni che passai a viaggiare mi rimane la strada arrotolata come un nastro, che posso svolgere: rivedere i tornanti, i fossi i tumuli di pietrisco incatramato, la croce di ferro passionista; sentire ancora il sole sulla coscia, l'odore di beccume, la ruota che s'affloscia, la naftalina che svapora dai vestiti. La scuola me la ricordo appena. C' invece la corriera, la vecchiapregna, come diceva Bitto.

17 Parrebbe, a prima vista, di trovarsi di fronte a un nuovo Pavese di Sicilia, ma ben presto ci si ricrede. Uno scampolo quasi a caso 12 :

Di fronte c'era il mare, alto fino ai nostri occhi, con la fila di luci di barche che facevano su e gi per l'acqua un poco mossa: parevano lanterne appese ad una corda, scosse dal vento. Domani si mangia sarde, ma la signora aspettava che fetevano prima di comprarle. Il faro di Cefal guizzava come un lampo, s'incrociava con la luna, la trapassava, lama dentro un pane tondo: potevano cadere sopra il mare molliche di luna e una barca si faceva sotto per raccoglierle: domani, alla pescheria, molliche di luna a duecento lire il chilo, il doppio delle sarde, lo sfizio si paga: correte, femmine, correte, prima che si squagliano.

18 La strada era dunque segnata. Si trattava ora di percorrerla con autonomia per dare nuova forma al genere romanzo. Come epopea borghese esso s'era dissolto?-? stato detto e gi ricordato?-?nella notte tra il 1 e il 2 dicembre del 1851 quando, sulle barricate, l'eroe dell' Educazione sentimentale flaubertiana Frdric Moreau vede cadere Dussardier al grido Viva la Repubblica! e riconosce nell'agente di polizia il suo ex compagno di lotta radicale Sncal; cominciava proprio allora, e nello stesso Frdric Moraeu, la ricerca di quel tempo perduto che fonda la sua consistenza essenzialmente sulla memoria, ma sulla memoria del privato. Per Consolo, come del resto gi accennavo, essa diviene invece lo strumento principale per indagare le vicende della storia, le grandezze e le infamie del passato, le ricadute sulle contraddizioni del presente: la memoria (la ricerca storico-culturale) come strumento di conoscenza. E ci inevitabilmente esige, ripercuotendovisi, una diversa elaborazione del fraseggio, esige quella furia verbale, come lo stesso Consolo ammette con le parole dello scrittore Gioacchino Martinez che pi da vicino l'impersona, che in una diversa e dissonante lingua pu finire in urlo o dissolversi nel silenzio 13 . In altri termini: la memoria come il medium insostituibile per ripercorrere tanto il vissuto personale quanto, e soprattutto, il passato collettivo, intrinsecamente congiunti; soprattutto quando si  nati e ci si  formati in Sicilia, la terra miticamente (ma in gran parte anche storicamente) pi antica del mondo e gi abbracciata da Ulisse. Non so vedere?-?dice l'eroe 14 ?-?altra cosa pi dolce, per uno, della sua terra: un affetto d'uomo che risuoner almeno, altissimo, fino a Ugo Foscolo; senza neppure dimenticare che furono i poeti dalla Magna Curia fridericiana a gettare le basi del volgare d'Italia: i primi poeti toscani, gli stilnovisti stessi, non fecero che tradurli com' testimoniato dall'opera di Stefano Protonotaro da Messina. In questo senso si potrebbe persin dire che la ricerca formale di Consolo, sia stilistica sia lessicale, sia una sorta di ritorno alle origini.

19 Nelle molteplici teorie avanguardistiche che si sono succedute alla dissoluzione del romanzo come epopea borghese?-?la celebrazione della borghesia nel suo vigore dissacratore e vincente del feudalesimo?-?c' sempre un motivo di fondo comune: il senso di estraniazione e di solitudine. Per esse esiste solo l'individuo eternamente ed essenzialmente solitario, svincolato da ogni rapporto umano e a maggior ragione da ogni rapporto sociale; egli  gettato nel mondo quasi senza alcun senso e imperscrutabilmente, ond'egli finisce anche con l'illudersi che, in questo modo, gli si apra quell'infinita ricchezza di possibilit virtuali in cui fa apparentemente consistere la pienezza della sua anima. Non c' nessuna realt, c' la coscienza umana, ebbe a dire Gottfried Benn.  essa che forma incessantemente i mondi della sua creativit, che li trasforma, li subisce e li modella spiritualmente. Ebbene: nulla di pi lontano, rispetto a queste posizioni avanguardistiche e sperimentalistiche, dell'avanguardismo e dello sperimentalismo di Consolo. Egli potr far ben dire allo stesso alter ego appena su ricordato 15 che il romanzo rappresenta ormai un genere letterario scaduto, corrotto e impraticabile: sennonch lo scrittore ha saputo rinnovarlo in qualcos'altro, vale a dire in una forma letteraria nella quale il particolarissimo linguaggio mnemonico che pure ricorre (e tutt'altro che raramente) a improvvisi e quasi inattesi squarci lirici, cerca di fare i conti con la storica umana collettivit (la terra di Sicilia ne  l'emblema) onde finalmente coglierne, al di l delle macerie di cui  disseminata, i momenti pi vividi di pathos morale e civile.

Note

1 Bufalino nasce nel 1921; Consolo nel 1933.

2 Vd. la recensione al secondo libro di Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio (Einaudi, 1976) e intitolata L'ignoto marinaio, ora in L. Sciascia, Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambroise, Bompiani, Milano, 1989, pp. 994-98 (nella raccolta Cruciverba).

3 Altre poche notizie biografiche. Dopo gli studi elementari e medi frequentati a Sant'Agata (i secondi in un istituto salesiano poi liberamente rievocati nel libro d'esordio La ferita d'aprile del '63 presso Mondadori); dopo quelli universitari e giuridici a Milano presso l'Universit Cattolica, Consolo torna in Sicilia e stringe particolare amicizia con Lucio Piccolo e Leonardo Sciascia. Dal '68  a Milano addetto, nella sede milanese, ai programmi culturali della RAI. Il successo gli arride nel 1976 con il Sorriso del vecchio marinaio. Col successivo Nottetempo, casa per casa (1992) vince lo Strega. Vive ora a Milano.

4 Vd. F. Engels-K. Marx, La famiglia. In Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 37.

5 La citazione da Il sorriso dell'ignoto marinaio, Mondadori, Milano, 1997, pp. 113-14. Sul protagonista del libro, il barone Enrico Mandralisca di Pirajno, possessore del celebre dipinto di Antonello da Messina Ritratto d'ignoto, vd. quanto ne scrive Sciascia nel gi ricordato (n. 2) L'ignoto marinaio.

66 Vd. V. Consolo, Retablo, Mondadori, Milano, 1992, pp. 115-16.

7 Vd. V. Consolo, Nottetempo, casa per casa, Mondadori, Milano, 1992, p. 140.

8 Ivi, pp. 109-10.

9 Ivi, pp. 109-10.

10 Vd. V. Consolo, Lo Spasimo di Palermo, Mondadori, Milano, 1998, p. 128.

11  la pagina conclusiva del libro.

12 Vd. V. Consolo, La ferita dell'aprile, Mondadori, Milano, 1989, p. 31.

13 Vd. Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 105.

14 Vd. V. Consolo, L'olivo e l'olivastro, Mondadori, Milano, 1994, p. 19. E vd. Omero, Odissea, 9 21-22.

15 Vd. supra la nota 13.

VII. Il romanzo-confessione di Salvatore Satta

1 Due libri esamineremo qui del sardo Salvatore Satta, e ci per mettere a fuoco significato e figura di quest'uomo che, nato a Nuoro nel 1902, non si volse tanto al mondo delle lettere quanto a quello del giure e che, pertanto, possiamo annoverare tranquillamente tra i pochissimi scrittori non professionali: il suo De profundis , pubblicato nel '48 presso la Cedam ma venuto all'attenzione quando fu riedito postumo nel 1980 nella Piccola Biblioteca di Adelphi, e il suo pressoch unico romanzo Il giorno del giudizio , uscito per la prima volta postumo nel '77, di nuovo presso la Cedam (Satta era morto a Roma nel 1975), ma che pot affermarsi soltanto due anni dopo quando Roberto Calasso torn a rilanciarlo ne Gli Adelphi con questa breve didascalia: Dietro la figura di uno dei maggiori giuristi italiani di questo secolo [...] si nascondeva un narratore straordinario e un letterato di grande finezza. La rivelazione  venuta quattro anni dopo la sua morte con questo Il giorno del giudizio che, accolto come uno dei pi importanti romanzi moderni italiani,  stato rapidamente tradotto in diciassette lingue. Scrittore postumo 1 viene solitamente definito nelle storie letterarie e abbastanza sbrigativamente commentato, ma scrittore che in realt, almeno per i due libri sopra menzionati (sempre presso Adelphi appariranno nel 1981 il giovanile romanzo La veranda e nel '94 i cinque saggi sul Mistero del processo ), in un suo modo sempre oscillante tra riflessione sulla storia, evocazione di precedenti letterari, inclinazione a far proprio il trascendente e il teologico, svolge un pensiero sicuramente affascinante ancorch talora non sempre perspicuo o non sempre condivisibile. E cominciamo da quello che prende titolo e mosse dal salmo 129 della Vulgata : De profundis clamavi ad te Domine: Dall'abisso a te grido, o Signore.

La morte della patria. L'uomo tradizionale

2 Il De profundis dunque, scritto, secondo l'attestazione in calce, dal giugno del 1944 all'aprile dell'anno seguente a Pieris d'Isonzo, in provincia di Gorizia, dove Satta s'era rifugiato in una casa di famiglia 2 . Non comunque un diario di guerra o una cronaca d'eventi ma, precedute da un ricordo guicciardiniano (dato che ogni Stato non pu che aver fine perch dolersene? Ci si dovr dolere, se mai, della sventura di vivere e di assistere a tale rovina); precedute da queste parole che non sapresti dire se di conforto o di maggiore amarezza, le pagine che compongono il libretto e che sono divise in ventiquattro capitoli, sono?-?vogliono puntigliosamente essere?-?come un requiem sulla morte della patria (il tema sar fortemente ribadito in chiusa). Esse comunque iniziano con un racconto che ha il sapore dell'apologo. Nel gennaio del 1943?-?scrive Satta?-?sei persone viaggiano comodamente nei loro rossi sedili di prima classe. Alla stazione di A (Ala, forse; il treno proveniva comunque da Roma) il convoglio viene preso d'assalto da una folla di reduci dalla Russia, urlante e bestemmiante. Nel gran buio si vedono i moncherini bianchi di due militari. Lo scompartimento si riempie d'un fastidioso odore d'acido fenico e formalina. Il disagio  evidente talch uno dei sei dormienti, un ufficiale di mezza et, non pu che alzare dura la sua voce: Che sono queste bestemmie? E la disciplina? Alla fine cede il proprio posto ai due soldati che, rinfrancati, narrano delle loro sventure durante la terribile ritirata in quelle remote terre gelide, delle offese che dovettero subire dagli alleati tedeschi, delle cure che ricevettero dalla povera gente russa. A questo punto un viaggiatore-avvocato che gi aveva difeso con eloquenza il proprio diritto a occupare il posto che occupava, chiede: Ma perch allora avete combattuto contro di loro? Perch continuate a combattere?, e lo dice con stizza, quasi che la colpa della guerra fosse proprio di quei due poveretti. Quindi, quasi senza pi ascoltarli, conclude infastidito: Ad ogni modo non l'ho voluta io questa guerra, certo che aveva perduto il suo tempo con due soldati ignoranti.

3 Compare cos sulla pagina di Satta la figura dell'uomo tradizionale che sempre vivrebbe, secondo lo scrittore, in ciascuno di noi?-?di noi italiani; una sorta di riapparizione dell'uomo del Guicciardini di desanctisiana memoria; anzi, ancor peggiore di questi in quanto totalmente indifferente alle sciagure che alla propria patria ha provocato prima plaudendo a Mussolini (nel 1922) e a lui sacrificando la propria libert, quindi, nella speranza di recuperarla dai vincitori, sabotando la guerra e aspirando alla propria sconfitta. Risultato:

Nella tracia polve, come in tante altre storiche polveri, non giace, ruina immensa, l'italica virtute: giace un'Italia senza virt, invisa ai propri figli, spregiata allo straniero che ancor la lusinga e, quel che  pi triste, indifferente alla miseria nella quale  caduta 3 .

4 In breve: la morte della patria. Seguono pagine (capitoli quinto-settimo) che, ancorch epicamente e religiosamente intonate, disegnano, invero un po' oscuramente, la convinzione che la provvidenza regga imperscrutabilmente il mondo per mezzo di Satana e che pertanto gli autentici operatori della storia siano i dmoni (in senso dostoevskiano); e che tali dmoni sappiano assumere tacite forme quante sono gli esseri in cui si incarnano. Al Nord, ossia in Germania, avrebbero pertanto creato la nefasta dottrina dello spazio vitale e quel mito del sangue che port migliaia e migliaia di donne vecchi e bambini ad essere trucidati; al Sud (cio in Italia con Mussolini) avrebbero dato vita alla figura del supremo prevaricatore e corruttore, al genio della dissoluzione. Ed  appunto su questi fondamenti che Satta scatena la sua critica all'uomo tradizionale, a quest'uomo-baco che, eternamente risorgendo dalle proprie ceneri, tutto corrompe, distrugge e dissolve. Anche la nozione di patria. Il fascismo insomma come autobiografia della nazione, secondo le memorabili parole di Piero Gobetti che Satta qui ricorda, seppure per via obliqua.

5 Sennonch?-?e questo  il punto?-?sia qui sia nelle pagine che seguono non c' un accenno concreto e preciso alle ragioni storiche che hanno fatto dell'italiano l'uomo tradizionale; n ce n' relativamente alla costruzione del nostro Stato come piemontizzazione della penisola o, pi indietro nel tempo, alle responsabilit della Controriforma cattolica. La morte della patria, per Satta,  semplicemente e religiosamente, la morte dell'anima. L'uomo non ha saputo vincere la tentazione che Ges vinse in cima alla montagna ( detto nell'ottavo capitolo, a pagina 37) quando il diavolo gli profferse tutti i regni del mondo e la loro gloria. Al contrario. Appena ebbe ceduto alla tentazione?-?vi leggiamo?-?l'uomo tradizionale rivel, come Pafnuzio, un volto di vampiro e, in tutto simile allo sciancato che abbandona le stampelle che lo sostenevano, il suo primo gesto fu quello di gettarsi sulle ginocchia, e strisciare. L'analisi storica ha pienamente ceduto il posto all'enfasi religiosa.

6 Fatti questi doverosi rilievi?-?presenza fortissima di un'etica religiosa ma assenza, per cos dire, di un'etica storica?-?va in ogni caso detto che, proprio sull'onda di quest'etica religiosa, ci sono, in questo De profundis (soprattutto nella sua parte conclusiva), pagine cos fortemente drammatiche e incisive da evocare alla memoria del lettore i grandi quadri manzoniani della carestia, della peste e del delirio che consegu. Dopo aver descritto, con accenti profondamente critici e ancor pi amaramente sarcastici, la presunta svolta verso la libert (ventunesimo capitolo) a seguito della famigerata notte del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, quando Mussolini venne esautorato e quindi arrestato?-?quasi la somma di tutte le ipocrisie, le vilt, le menzogne e i pi bassi interessi dell'uomo tradizionale, re Vittorio e il maresciallo Badoglio a capofila?-?il capitolo seguente, il ventiduesimo, evoca il quadro ancor pi tragico e miserevole che si verific in tutta Italia l'8 di settembre. Vediamolo pi da vicino.

7 La scena  una caserma, nella quale la notizia dell'armistizio penetra verso le otto di sera. Il 25 luglio?-?scrive Satta?-?era passato su di essa come una pioggia estiva, di quelle che valgono a rialzare un poco il morale. Poi il silenzio di giorni, settimane e come di mesi, con davanti uno scenario ben poco rassicurante:

Il nemico calpestava il suolo della patria, ma pi ancora lo calpestava l'alleato, il quale mandava gi per le Alpi uomini dal viso feroce che, moltiplicati dalla fantasia, parevano spuntare come funghi da tutte le parti [...] gettando la maschera dell'amicizia e contestando all'Italia il diritto alla pace. Bisognava attaccarli subito, bisognava impedire che prendessero piede, bisognava cacciarli come lupi donde erano venuti: questo sentiva l'ultimo soldato seguendo con l'occhio la sagoma tozza del tedesco che gli passava davanti senza guardarlo 4 .

8 Cos dunque pensava l'ultimo soldato; ma non cos l'uomo tradizionale, re Vittorio e il maresciallo Badoglio.

9 Quando dunque la notizia invade la caserma, i soldati convergono nel centro della corte. Di primo impulso  una gioia rumorosa, in quella esaltazione che inevitabilmente l'idea della pace porta con s: il ritorno a casa e al lavoro, il ritorno alla propria dignit d'uomini. Ma  una gioia illusoria ed effimera: gi all'alba del giorno nuovo si scopre?-?amara e sconcertante sorpresa?-?che tutti gli ufficiali erano scomparsi, che gli uomini tradizionali si erano dissolti, e mentre un povero soldato detto nonno perch aveva quasi trent'anni e dieci di servizio sta discutendo con una recluta di pace e di armistizio, s'odono rombi non troppo lontani. Che piova? chiede un ingenuo. E un altro, pi scaltrito, in risposta: Certo  possibile, ma questo  il cannone. Ormai tutto  chiaro. L'unico giovane tenente rimasto (che in Russia aveva perduto una mano) non ha alcuna esitazione: Riprenderemo la battaglia domani. Ora cercate di salvarvi. E l'esodo cominci.

10 Ed  qui che ha inizio, proseguendo nel capitolo successivo, nel penultimo e ventitreesimo, il tragico scenario finale. Reciso il legame che li univa alla vecchia caserma (dalla quale erano tante volte evasi col pensiero di un perpetuo sogno di libert), perfino il suolo sul quale ponevano i piedi cessava d'essere una patria. Sconcerto, smarrimento, fuga non si da dove e perch. La turba ingrossa ad ogni incrocio di strada: una massa in decomposizione che, gi a brandelli, scorre dapprima sull'asfalto e quindi nell'erba dei campi, contemplata tra piet e timore da chi in essi lavora e quindi da loro miseramente aiutata. Quindi l'arrivo dei tedeschi, che non contenti di vedere dissolto un esercito d la caccia ai suoi sbandati componenti, li malmena, li getta nelle carceri, li uccide. Non bastava dunque morire: bisognava sparire, essere dispersi anche nelle tracce. E ciascuno fu solo, muovendo da solo verso il proprio destino.

11 Come la peste, la guerra altera ogni gerarchia dei tempi di pace e corrompe ogni principio di viver civile. Comincia l'assalto alle caserme abbandonate. Ne d il segnale un vecchio dagli occhi cisposi (eco lontana del manzoniano vecchio malvissuto?), e subito ogni pezzente afferra la sua preda: la massaia lascia sul fuoco la sua pentola, il contadino abbandona l'aratro e i suoi bovi, l'operaio il martello sul banco:  una folla che impazzisce nel saccheggio. Scrive Satta (pp. 175-76):

I saccheggi dell'8 settembre costituiscono una nuova esperienza nella storia. Nel rapporto fra diritto pubblico e diritto privato essi segnano l'incidenza di questo su quello. Il soldato non saccheggi ma fu saccheggiato, e coloro che saccheggiarono non erano plebe, erano gente che non aveva alcun bisogno, e quindi non esprimeva col suo misfatto nessuna idea. L'individuo che il 10 giugno 1940 aveva opposto se stesso alla guerra concludeva logicamente l'8 settembre il suo ciclo: da ladro. Come per salvarsi aveva voluto la sconfitta, cos trovava nella sconfitta quel titolo per il saccheggio che di solito si trova nella vittoria.

12 Solo nel ventiquattresimo e ultimo capitolo compare finalmente un breve ma vigoroso accenno alla Resistenza ed  l dove Satta, a pagina 166, scrive che a fronte della belligeranza dei molti ci fu pure la belligeranza dei pochi, di coloro che dalla morte della patria furon tratti a meditare sul significato dell'immensa rovina e che, soprattutto, compresero che la libert non  mai un dono. L'otto settembre?-?scrive anzi a questo proposito?-?non  per questi pochi la fine, ma il principio della guerra: della vera guerra che dal piano internazionale e nazionale si  spostata sul piano individuale, ha posto l'individuo di fronte al problema dell'esistenza e lo getta contro se stesso, contro quell'uomo tradizionale che ciascuno di noi reca con s. E se pure la conclusione torna all'amarezza di partenza con la denuncia dello strazio che ora gli uomini fanno, dopo il saccheggio delle caserme, dei cantieri e degli opifici abbandonati, dello stesso paesaggio col taglio indiscriminato d'ogni sorta di piante (ed io ho capito che con la stessa semplicit di spirito avrebbero vibrato la loro scure contro di me), il pur fuggevole accenno alla coscienza critica dell'uomo?-?dell'italiano?-?espresso con la Resistenza, apre un filo di speranza sul possibile rinnovamento dell'uomo, della sua patria e della sua anima.

Il giorno del giudizio e la poetica della vanitas

13 Mi par chiaro, da quanto sin qui detto, che Satta, nonostante abbia preferito dedicarsi al diritto, era e rimane uno scrittore di vocazione. Prima delle sue meditazioni sull'italiano della dittatura fascista e nel corso del catastrofico conflitto bellico, tra il 1928 e il 1930, all'et dunque di ventisei-ventotto anni, aveva scritto un breve romanzo sulla sua non lunga permanenza in un sanatorio dell'Italia settentrionale, una sorta di piccola e breve montagna incantata che, in realt, d'incanto non aveva assolutamente nulla, frequentata quale era da un campionario di relitti che, provenienti dalle pi diverse parti d'Italia (del nord in particolare), si facevano chiamare non con il proprio nome ma con quello delle rispettive citt dalle quali giungevano: Piacenza, Pavia, Verona e via di seguito. In questa sorta di mondo a parte che si ritrovava ogni giorno riunito nella veranda del sanatorio?-?e La veranda  appunt il titolo del libro 5 ?-?la vita non fa che trascorrere nella noia e nella volgarit, nelle basse espressioni gergali e nei miserabili intrighi assunti come un rito. Solo la sera, nell'ora della misurazione della temperatura, si desta tremebonda la paura?-?la paura di morire. Scrive Satta nel terzo capitolo del suo libro:

Immobili sulle sdraio cogli occhi chiusi o concentrati in un punto lontano, i profili resi un po' animaleschi dal protendersi delle mascelle e delle labbra nella stretta del Kramer, in quell'infinito quarto d'ora essi rivivono, ciascuno dentro il suo petto travagliato dal cuore in tumulto, nostro Signore Ges Cristo quando sud sangue tra gli ulivi; e in ciascuno di loro si ripete e si compendia tutta la miserevole storia dell'uomo. Quelle bocche audaci alla bestemmia, quelle lingue scurrili, quelle mani sempre alzate alla minaccia, quel sangue torbido, quei nervi esaltati, tutta la loro esistenza dominata dagli istinti, in quei pochi momenti si fiaccano, come Cerbero al fango, in un brivido. La paura aleggia veramente in quell'ora. Non l'immagine della morte ma la paura, la volgare paura di morire.

14 Cos, sullo sfondo di questo sanatorio che d quasi l'impressione di una nave abbandonata che si vada a poco a poco riempiendo di ostriche, passano un'infinit di figure che sembrano gi portare lo stigma dell'uomo tradizionale. Tranne pochissime, come quella veramente memorabile di Melanzana?-?un poveruomo che, non riuscendo a morire dopo venticinque anni di sanatorio, sembra essersi trasformato nel genio tutelare del luogo?-?esse vivono la loro esistenza di mentecatti non divergendo per in nulla, nel pensare come nell'agire, dagli uomini cosiddetti sani e liberi. Quando dopo un due anni di permanenza alla veranda, il protagonista del racconto?-?un giovane avvocato dai modi gentili e dalla mente pensosa?-?viene dimesso e si ritrova guarito in una citt pur ben conosciuta (Milano), prova un sentimento di desolante estraniazione. Una catastrofe peggiore della terribile malattia sembra aleggiare nel buio cielo piovoso.  in questo dunque che consiste la vita? In questo vanno frantumandosi le inquiete speranze della prima adolescenza?

15 Che il senso amaro dell'infinita vanit del tutto col quale si apre il libro dell'Ecclesiaste sia uno degli atteggiamenti di fondo dell'esperienza di vita?-?e della poetica?-?di Salvatore Satta, a me pare indubitabile. Ma con una peculiarit: la convinzione che tale vanitas, di cui  intrisa la nostra effimera esistenza, chiuda pure in s, come in un bozzolo quasi sempre inesplorato, un modo d'essere e di pensare che pu essere degno d'essere raccontato, col rischio s di annullare la condizione prima di una buona morte?-?ossia la totale dimenticanza -, ma con il pregio di portare a conoscere fino in fondo un vissuto che, come tale, pu essere veramente compreso solo quando sia intervenuto l'ultimo respiro. Soltanto allora, a esperienza completamente conclusa, si  pronti per il giudizio finale. Nella seconda parte del grande e unico romanzo di Satta?-?una paginetta che lo scrittore avrebbe forse fatto meglio a porre a premessa del suo libro?-?viene perentoriamente detto: Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. Cosa significa? Che solo nei momenti estremi?-?proprio come i malati della Veranda che nell'ora terribile della misurazione della febbre sembrano rivivere il tormento di nostro Signore quando sud sangue tra gli ulivi?-?l'uomo pu avere un quadro completo e veritiero della propria esistenza, dei propri patimenti come delle proprie ore di felicit; e conoscersi e, proprio per questo, disporsi serenamente all'estremo giudizio. Solo che, aggiunge Satta, c' allora bisogno di chi raccolga tali effimeri personaggi e sappia risuscitarli e raccontarli a se stesso e agli altri, darne e farne giudizio. In altre parole: intervenendo su di essi come su compagni di vita, lo scrittore assume il ruolo di una sorta di redentore delle altrui esistenze, nell'impegno davvero arduo di chi, mettendo in gioco tutto se stesso,  come se si confessasse sentendosi del tutto simile a coloro dei quali ha ricostruito la vita.  quello?-?scrive Satta sigillando il proprio lavoro?-?che ho fatto io in questi anni, che vorrei non aver fatto e continuer a fare perch ormai non si tratta dell'altrui destino ma del mio. Il romanzo come confessione corale di un'anima che si rispecchia in quelle di cui ha condiviso lontane e remote esperienze.

16 Rievocando la vita dei pescatori della sua Aci Trezza, Giovanni Verga assunse, secondo i canoni dell'estetica del tempo, il canone dell'impersonalit, dell'opera d'arte che si fa da s e che germoglia da s sopra se stessa. Affrontando il gran quadro di una Sardegna arcaica e patriarcale quale poteva essere quella di Nuoro e delle sue campagne (l dove Satta era nato e cresciuto) tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e i primi tre del secolo successivo (il tempo quindi sufficiente per assistere al corso e all'evolversi di un'intera generazione), Satta adott quello che abbiamo appena cercato di descrivere. Nulla dunque di pi opposto: l lo sguardo impassibile del narratore che si limita a dar forma artistica a un documento che, semmai, parler per se stesso; qui il commosso pathos di chi si sente chiamato a dare un senso all'effimera esistenza di chi c' stato compagno, nostro simile e nostro fratello, e che anzi sembra implorarci, ancorch morto, di liberarlo dallo stesso penoso fardello dell'esistenza ormai trascorsa. Nel settimo capitolo del Giorno del giudizio lo scrittore comincia cos il suo ricordo:

Sono stato, di nascosto, a visitare il cimitero di Nuoro. Sono arrivato di buon mattino, per non vedere e non essere veduto. Sono sceso a Montelongu, l dove Nuoro allora finiva e cominciava [...] e mi sono avviato per le piccole strade della mia lontanissima infanzia.

17 La citt  naturalmente cambiata. Nuovi i nomi alle strade, nuovi gli impianti dell'illuminazione elettrica. Ad ogni mutamento una folla di ricordi s'affaccia alla mente del visitatore, proprio com'egli rievoca una folla di tradizioni, convinzioni, credenze di un tempo. C'era allora, egli dice, l'idea di una terra, della terra per noi arida e avara, piena di doni meravigliosi; c'era la fantasia del gratuito, che ha mosso il creatore alla sua creazione: la gioia di sentirsi partecipe di questa creazione e di questo dono. Ora per che i tempi non sono pi quelli, anche i pensieri del pellegrino si vanno perdendo e dissolvendo. E tuttavia, giunto l tra un piroscafo e l'altro come nel tentativo di mettere qualche ordine nella propria esistenza (una recherche non come immersione e fuga nel passato ma come tentativo di rinnovare e comprendere il presente), al nostro visitatore ricompaiono volti remoti, gente sparita dalla terra e dalla memoria, gente dissolta nel nulla ma che invece si ripete senza saperlo nelle generazioni, quasi in una eternit della specie di cui non si comprende se sia il trionfo della vita o il trionfo della morte. Giunto infine al cimitero e rievocata la figura del leggendario Milieddu, il becchino che aveva come dato il suo nome alla morte, egli avverte che la pace dei defunti non esiste e che, sciolti da ogni altro problema, essi soffrono soltanto di quello di essere stati vivi. E allora cos riflette:

Nelle tombe etrusche rugumano i bovi; le pi grandi sono fatte ovili. Sui lettini di pietra posano le pentole e le fiscelle, gli umili arnesi della vita pastorale. Nessuno ricorda che siano tombe, neppure l'ozioso turista che si arrampica sul sentiero scavato nella roccia e si avventura nel buio profondo dove risuona la sua voce. Eppure essi sono ancora l: da duemila, tremila anni, perch la vita non pu vincere la morte n la morte la vita. La resurrezione della carne comincia il giorno stesso in cui si muore. Non  una speranza, non  una premessa, non  una condanna. Pietro Catte, quello che si era impiccato ad un albero la notte di Natale, nella tanca di Biscolli, credeva di poter morire. Ed ora anch'egli  qui con Don Pasqualino e Fileddu, Don Sebastano e zio Poddanzu, canonico Fele e mastro Ferdinando, i contadini di Suna e i pastori di San Pietro, i preti, i ladri, i santi, gli oziosi del Corso; tutti in un groviglio inestricabile, qui sotto.

18 Ebbene:  esattamente a questo punto e in questa circostanza che insorge in Satta, prepotente e severa come una missione, l'esigenza dello scrivere e, con essa, quasi la scoperta dell'utilit di una vita. Il capitolo infatti si conclude cos:

Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco, sfilano, teorie interminabili ma senza cori e candele, gli uomini della mia gente. Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. Parole di preghiera o d'ira sibilano col vento tra i cespugli di timo. Una corona di ferro dondola su una croce disfatta. E forse, mentre penso la loro vita perch scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria.

19 Mai come in questo passaggio, probabilmente, avevamo sentito, cos intensa, prorompere la vocazione allo scrivere.

20 Ma non solo questo. Nella cornice dei pochi eventi che a partire da fine Ottocento interessano la famiglia del nobile Don Sebastiano Sanna (un notaio salito in prestigio e ricchezza, a Nuoro, in virt del proprio lavoro freddo e scrupoloso), della moglie Donna Vincenza che, nata in Sardegna ma d'origini continentali, non possiede di felice che i ricordi della sua prima adolescenza, dei loro sette figli maschi in alcuni dei quali il lettore ha sempre l'impressione di leggere alcuni tratti del giovane Satta, il racconto, costantemente cadenzato sul lentissimo procedere del tempo, procede anch'esso, lentissimo, verso il suo inesorabile traguardo: la vanit del tutto. Decadenza di una famiglia suona il sottotitolo dei Buddenbrook di Thomas Mann; ma questa definizione non varrebbe per il romanzo di Salvatore Satta. La decadenza della famiglia di Don Sebastiano e di Donna Vincenza (che quest'ultima invero soffre in modo particolarmente drammatico) percorre s tutte le pagine del romanzo, ma si tratta di quel declino inevitabile che lo stesso esistere porta con s: il comparire delle nuove generazioni, il lento ma inesorabile cambiamento dei costumi, il venir meno, sia fisico sia spirituale, delle energie di una volta, il frantumarsi dei sogni, la dolorosa ma incontrastabile diaspora dei figli. E, nel progressivo avvicinarsi della morte, il progressivo riconoscimento, come si diceva, della vanit del tutto?-?il pesante fardello, appunto, di cui ci si vorrebbe finalmente liberare. Amori, odi, violenze, ambizioni, dolori, sconfitte, rivalse: tutto sfuma, apparentemente, nel corso del trascorrere del tempo, ma tutto al tempo stesso rimane in qualche misura in quel bozzolo misterioso del cuore e della memoria che Satta, programmaticamente, intende esplorare. E di qui, come abbiamo gi detto, il racconto-confessione. E con la confessione la liberazione.

21 Nella paginetta ultima della sua seconda parte l'io-narrante lo riconosce. Forse?-?dice?-?non sono stati Don Sebastiano, o Donna Vincenza, o Gonaria, o Pedduzza o tutti gli altri infiniti personaggi che egli ha evocato, a scongiurarlo di raccontarli per liberarli della loro vita;  stato proprio lui?-?l'estensore di questo romanzo cos singolarmente sospeso tra sogno e realt, tra moti interni e vicende esterne?-?a costringersi a richiamarli in vita onde liberare se stesso, quasi confessandosi in pubblico, dal peso di un'esistenza che sente ormai volgere rapidamente alla fine. E sullo sfondo senti di nuovo il grido e l'implorazione: De profundis clamavi ad te Domine.

Note

1 Altro scrittore postumo che a Satta viene solitamente accoppiato  Guido Morselli, morto suicida nel 1973, ma che oper in tutt'altra direzione rispetto a Satta.

2 Su questo De profundis sar da vedere lo studio di N. Borsellino, Un requiem per la patria. Guerra e pace nel De profundis di Satta, Belfagor, LIX (2004), pp. 257-67.

3 La citazione da S. Satta, De profundis, Adelphi, Milano, 1980, p. 16.

4 Ivi, pp. 161-62.

5 Interessante e istruttiva  la storia di questo romanzo di Satta. Presentato a un premio letterario, ebbe il sostegno entusiastico di Marino Moretti ma non quello dell'intera giuria che, dati i tempi, lo boll di scarsa sanit e pertanto improponibile. Poi il manoscritto and perduto finch, ricomparso in modo del tutto accidentale, venne pubblicato postumo da Adelphi nel 1981. La citazione che si legge poco sotto a p. 26.

Parte seconda. Tendenza e caratteri della narrativa contemporanea

Mondo contadino e mondo operaio. Trasformazioni e crisi. Il linguaggio

Camon - Volponi - Meneghello

Premessa

1 Dopo aver accennato alla questione, peraltro fondamentale, se il romanzo debba ancor oggi ancorarsi a una rappresentazione il pi possibile critico-realistica della societ o inoltrarsi invece sulle strade meno esplorate del possibile, del fantastico e addirittura del fantascientifico, con questa nuova sezione dedicata a narratori di tutto rispetto come un Camon, un Volponi e un Meneghello, esamineremo come i suddetti narratori abbiano concentrato la loro attenzione, in alcune opere loro, soprattutto sul mondo contadino e sul mondo operaio e come, al contempo, nel clima particolare degli anni Sessanta-Settanta quanto mai agitato da innovazioni o pseudo-innovazioni teoriche, abbiano anche trasformato?-?in certi casi sino al limite del comprensibile?-?il tessuto linguistico. Di due cose dobbiamo avvertire in proposito: che di questi scrittori non abbiamo tracciato, come nella prima sezione, un profilo il pi possibile unitario e completo, ma che ci siamo limitati all'analisi di una parte soltanto della loro produzione (per quanto particolarmente significativa); in secondo luogo che le loro deformazioni linguistiche non rispondono, almeno a mio credere, alla smania di operare stravaganze o per rispondere a sollecitazioni di scuola o di moda, sibbene all'esigenza di un'intima necessit: in un Camon, ad esempio, per porre in pi efficace risalto quell'arcaico mondo contadino (in via di disfacimento) che lo aveva e lo ha, anche per via delle sue origini, sempre attratto con un vivissimo affetto e quasi come un dovere; in un Volponi per un altro esempio, perch i suoi personaggi, e segnatamente quel Gerolamo Aspri che ci  presentato in Corporale, fossero, anche linguisticamente, degli emblemi di quella crisi di valoriche dal tempo in cui i romanzi vennero scritti si  venuta facendo sempre pi acuta, dolorosa e disperante in quanto, ormai privata d'ogni contravveleno,  divenuta cosa comune e, ci che  peggio, cosa normale: trionfo del bene di consumo, dell'egoismo pi meschino, dell'obscena pecunia, dell'aridit di spirito; perdita d'ogni sentimento di umana solidariet; unica ossessione il protagonismo e, come si suole ripetere ad ogni pie' sospinto, la visibilit; e il carrierismo, l'adulazione del potente, eccetera eccetera. Non resta invero che augurarsi che sulla scena letteraria dei giorni nostri compaia presto un nuovo Giovenale.

2 In ogni caso alla figura dell'appena ricordato Salvatore Satta sembra accostarsi quella di Ferdinando Camon che, col suo presentarci il mondo contadino di un piccolo paese del Veneto non lontano da Padova sotto forme che, per molti riguardi, sembrano rivestirsi di un'atmosfera mitica e che avvert profondamente, come gi s' detto, il dovere morale di parlarne, allontana da s il non piacevole sospetto (oggi invero ritenuto un merito) d'essere uno di quegli scrittori che mirano soltanto al successo; mentre se ne discosta completamente l'urbinate Paolo Volponi che, con quella sua trilogia narrativa grazie alla quale s'impose, tra il Sessanta e il Settanta, nel mondo e negli ambienti degl'intendenti, and via via elaborando espressioni linguistiche e registri stilistici fino al limite della comprensibilit. Chiude la sezione e il libro la figura viva e singolare di Luigi Meneghello, colui che si trasfer giovanissimo dal contado vicentino in Inghilterra (all'universit di Reading) e che con la ricostruzione del suo paese natale, Malo, e dei suoi infiniti personaggi, oper al contempo una preziosa e assai sagace, persino filologica, ricostruzione del tessuto dialettale di uno degli innumerevoli paesi d'Italia. E accenner infine al fatto che i Camon, i Volponi, i Meneghello non si fermarono ai libri da noi qui esaminati. Il primo ad esempio, oltre ai quattro titoli costituenti il ciclo degli ultimi, ha lavorato intensamente ad almeno altri sette romanzi via via poi riuniti in altri cicli: quelli del terrore come l'autore stesso li ha definiti, e quindi della famiglia, della coppia e dei primi, cos affrontando o temi di pi stretta contemporaneit come gli anni del terrorismo con Occidente, il libro suo che ebbe a costargli pi caro, com'egli stesso ammise, per via delle minacce stesse di morte che lo scrittore ebbe a subire, o argomenti aventi per oggetto l'indagine sull'uomo e la ricerca psicoanalitica; senza infine dire che, dello stesso Camon,  quanto mai notevole la sua produzione poetica consegnata in Fuori Storia (1967), Liberare l'animale (1973), Dal silenzio delle campagne (1998).

3 Non diversamente per Paolo Volponi, che ebbe anch'egli ad esordire come poeta. Tra i suoi non pochi romanzi successivi a Corporale accenneremo qui al Lanciatore di giavellotto, un romanzo che, ambientato a Fossombrone nella provincia urbinate, si svolge nel periodo del fascismo imperante; alle Mosche del capitale con il quale  tornato ai temi dei suoi inizi e, soprattutto, a quel romanzo di formazione che Volponi dice di aver pensato e progettato per primo: quella Strada per Roma?-?apparso da Einaudi nel 1991 e che gli valse il Premio Strega?-?con cui ha dato vita a un'opera schiettamente autobiografica oltre che esemplare come storia di una generazione cresciuta in epoca democristiana e nelle strettoie della provincia.

4 Anche Meneghello non si  fermato ai libri da noi brevemente esaminati. Nella seconda met degli anni Ottanta si apr infatti per lui una nuova stagione di pubblicazioni: oltre a importanti raccolte di saggi diede pertanto vita a rivisitazioni narrative di altri due aspetti della propria esperienza: l'immediato dopoguerra con Bau-ste (1998) e il rapporto con la vita inglese con Il dispatrio (1993), oltre a personalissime traduzioni, dall'inglese al vicentino, con Trapianti (2002).

I. Il mito contadino nel romanzo di Ferdinando Camon

1 La societ semiarcaica dipinta da Satta nel suo Giorno del giudizio era la societ sarda di Nuoro e delle sue campagne tra gli ultimi decenni del secolo decimonono e, grosso modo, i primi tre di quello seguente?-?un paesaggio umano ben poco cambiato rispetto ai tempi di Garibaldi e Cavour come, del resto, quello di tutta la penisola. In proposito abbiamo ricordato Verga e tuttavia sottolineato come, diversamente dal grande scrittore siciliano, Salvatore Satta avesse rievocato quel mondo lontano, e operante in parte ancor prima della sua nascita, con un pathos tutto singolare e personalissimo, vale a dire con il forte impegno, insieme lirico e drammatico, di strappare quelle vite scialbe ed effimere all'universale realt della vanit del tutto per consegnarle, almeno per qualche tempo, alla concretezza della vita letteraria onde, in grazia di questa operazione, dare un qualche senso alla sua stessa personale esistenza in esse rispecchiata. Proprio per questo abbiamo avanzato la definizione di romanzo-confessione.

2 Con i quattro libri del ciclo degli ultimi di Ferdinando Camon 1 ci troviamo di nuovo di fronte una societ primitiva e semiarcaica, non sarda questa volta ma veneta; grosso modo quella che popol le campagne a ridosso di Montagnana, la citt di Ezzelino da Romano e delle sue famose mura tra Padova Monselice e Mantova. Ma qui terminano le analogie, ch il quadro che di questa comunit contadina Camon ci ha offerto?-?comunit di cui lo scrittore  originario 2 ?-? anch'esso non solo particolarissimo ma, nella sua crudezza e diciam pure brutalit, talmente disumanizzato da risultare in certa guisa agevole, e perfino confortante, poterlo definire un quadro mitico e supporre che lo scrittore, sulle memorie di un'infanzia e di un'adolescenza non certo facili, abbia voluto, su quelle antiche esperienze, costruire appunto un mito: il mito del contadino veneto. Da questo punto di vista, tra l'altro, si possono pi facilmente spiegare certe costanti intrusioni, nel racconto dell'oggi, dei patimenti sofferti in epoche remotissime: il mito?-?lo sappiamo bene?-? fuori dalla storia e tende a fissare metaforicamente una singolare condizione dell'uomo. E i personaggi di Camon sono sempre fuori dalla storia.

3 Quale comunque questa condizione? Quella della miseria e dell'abbrutimento, dell'isolamento e della solitudine, della disperazione senza domani e pertanto della rassegnazione. Il titolo del romanzo d'esordio (1970)  ben significativo: Il quinto stato , vale a dire il proletariato o sottoproletariato contadino ben distinto da quello operaio quel quarto stato a suo modo protagonista da pi di un secolo?-?storicamente?-?dei grandi movimenti socialisti e, letterariamente, sempre alla ribalta nell'opera, per esempio, di un Volponi. Non cos il quinto stato, quello contadino. Trattandosi del contadino, e del contadino padovano, il nome che viene subito in mente (ma di quattro secoli prima),  quello di Angelo Beolco, il Ruzante, un personaggio del quale, nel secondo atto dell' Anconetana , dice di s: Il mio vero nome  Prosdocimo. Ma quando ero ragazzo e andavo con le bestie, ruzzavo sempre con cavalle e vacche, oppure con scrofe e pecore. E poi avevo un cane. Ruzzavo sempre con lui, gli sputavo sul muso, tanto per potermi appartare e andare dietro qualche cespuglio a ruzzare con lui. Per questo mi misero nome Ruzante, perch ruzzavo. Ma tutto questo, nel grande commediografo del Cinquecento,  detto con festevolezza e Angelo Beolco, del resto, era figlio naturale di un ricco proprietario terriero, dottore in medicina. Ferdinando Camon, al contrario,  figlio di un contadino, e se ci sono continuamente degli animali nei suoi racconti  perch c' una bestia in ogni uomo e c' un uomo in ogni bestia 3 . Anche per questo il suo Quinto stato venne salutato come una scoperta, anche se tale scoperta poteva valere per il passato in quanto, negli anni Settanta del secolo appena trascorso, quel Veneto non esisteva pi, trasformato dal cosiddetto miracolo economico, dalla fuga dalle campagne e dai cambiamenti sociali operati dal consumismo capitalistico. Ma il problema primo cui vorrei qui accennare  il seguente: esisteva davvero una societ contadina come quella da Camon descritta nei suoi due romanzi d'esordio e nel pi tardo e come conclusivo Mai visti sole e luna 4 oppure, come s' gi accennato, la rappresentazione del Nostro  stata fortemente influenzata da una sorta di memoria mitica? Diamo anzitutto un breve sguardo alla societ contadina, pi genericamente italiana, di quegli anni.

Storia e mito. Il dovere dello scrittore

4 L'Italia del 1943, quando Camon era sugli otto anni e gli piaceva stare intanato dalla mattina alla sera in cima a uno smisurato olmo per assistere a tutto quello che si svolgeva attorno a lui (processioni, matrimoni, funerali, battaglie aeree, rastrellamenti, fughe) 5 , era un paese, come gi abbiamo detto, che poco divergeva da quello che era ai tempi di Garibaldi e di Cavour: sonnolente citt di provincia, campagne con povert endemica, una cultura ancora profondamente contadina e dialettale. La volont imperialistica ed espansionistica di Mussolini aveva avuto come risultato di far subire al paese una duplice invasione, quella tedesca dal Nord e quella alleata dal Sud. La stessa integrit dello Stato nazionale, vecchio neppure di ottant'anni, sembrava posta in discussione. Ma diamo ora uno sguardo alla societ rurale di questa antica Italia.

5 Sia le famiglie mezzadrili sia quelle assai pi povere dei braccianti non vivevano nei paesi; vivevano in case coloniche sparse nei poderi e i loro componenti erano impegnati da mattina a sera nel lavoro dei campi: i matrimoni, le processioni o i funerali rappresentavano gli unici svaghi. La struttura di queste famiglie era in genere multipla e verticale, nel senso che pi coppie sposate e pi di due generazioni vivevano sotto lo stesso tetto. Le donne erano in una posizione del tutto subordinata essendo il regime familiare tipicamente patriarcale. I loro compiti erano parecchi e portavano via tempo: bisognava accendere e alimentare il fuoco, preparare da mangiare, portare l'acqua in casa. E bisognava filare, tessere, aiutare a costruire scope, sedie, funi, i pi diversi attrezzi da lavoro. Era insomma un mondo statico, quasi senza rapporti con gli altri, tanto da sembrar confermate le famose annotazioni di Marx sui contadini simili a patate dentro i sacchi, entit isomorfe senza contatti tra loro.

6 Ma nei romanzi di Camon  anche presente?-?anzi fortemente presente?-?il momento storico della Resistenza: direi anzi che qui lo scrittore ha dettato le sue pagine pi convincenti. La guerra partigiana, in lui, si alimenta soprattutto dell'odio feroce che il contadino prova nei riguardi dei tedeschi e delle loro orrende rappresaglie, onde questi feroci discendenti della stirpe di Attila vengono costantemente dipinti, anche nel ricordo-evocazione della prima guerra mondiale, non come uomini ma come cani rabbiosi. Naturalmente il lettore rimane un poco stupito nel vedere nel contadino di Camon insorgere uno spirito cos nobilmente civico come quello che anim gli appartenenti alle bande partigiane, e tuttavia resta un fatto, e un fatto importante, che via via che il tempo passava tutti i paesi lungo il Brenta, il Bacchiglione, il Gu, la Fratta, l'Adige e il Po 6 ebbero a schierarsi sempre pi risolutamente dalla parte loro. C'erano naturalmente dei motivi interessati quali la certezza del prossimo arrivo degli Alleati e, pertanto, la ragionevolezza di prestare aiuto alla parte vincente; ma c'era anche, oltre all'atavica avversione per il tedesco, quella pi recente per un regime che, come quello fascista, aveva trasformato l'Italia in un campo di battaglia ed ora, con la Repubblica di Sal, li opprimeva con continue e non pi sopportabili vessazioni. Oltre al desiderio, come alcuni di loro ebbero a confessare, di fare del bene e di vivere da cristiani. In breve e come provvisoriamente concludendo: un universo?-?questo narrato da Camon?-?che pur fondandosi su una specifica e sperimentata realt, si poteva splendidamente prestare a venire rappresentato in forme esemplarmente mitiche proprio in grazia della sua primitiva arcaicit, delle infinite sfaccettature che tale arcaicit comportava, della elementarit dei sentimenti e dei comportamenti, della loro coralit e del silenzio che tutto e tutti sembrava avvolgere; rompere il quale, infine, rappresentandone le voci del bene e del male, parve a questo scrittore veneto, ospite ingrato della nostra ultima cultura letteraria, un dovere non pi derogabile.

7 Il quale dovere, in realt, appare notevolmente pi complesso di quanto apparentemente possa sembrare. Non si tratta infatti soltanto di una damnatio memoriae , ovverosia di quell'impulso profondo e pressoch incoercibile che spinge chi scrive a tornare agli anni e al paesaggio delle proprie origini 7 (una tendenza dominante della letteratura novecentesca e, in particolare, del cosiddetto romanzo di formazione); nel caso di Camon si tratta soprattutto di immergersi e come tornare a identificarsi in una comunit rurale (cui si suol dare impropriamente il titolo di civilt contadina) dalla quale si sono ormai prese le distanze avendone finalmente compreso le assurdit, le arretratezze e, persino, certi usi e costumi pi simili alla ferinit che non all'umano. Nella seconda e terza parte del romanzo d'esordio, Il quinto stato , gran parte della narrazione viene tessuta, in modo fortemente emblematico, sul racconto di ci che signific, per il ragazzo Camon e i suoi familiari, l'aver dovuto ospitare in casa propria per circa sette mesi una giovane ragazza (Patrizia) che, figlia di operai della periferia di Rovigo sommersa dall'alluvione, era rimasta senza abitazione. Fu come l'ingresso della vita civile nella tana di uomini semi-bestie ed ecco come Camon, con un tono tra lo sconcerto e la stupefazione, passa a descriverlo 8 :

A partire da quel momento le memorie mi si confondono perch della Patrizia ricordo troppe cose, e cio tutto quello che lei fece in casa nostra per quel mezzo anno in cui ci rimase. A cominciare dalla prima volta che si sedette a tavola e disse: Buon appetito e noi restammo l interdetti col cucchiaio in mano non sapendo cosa rispondere, finch mia madre le sorrise e allora tutti le sorridemmo tranne mio padre che non sorride mai [...] Ma proprio perch quei ricordi furono vissuti a fondo mi hanno bruciato la memoria e non riesco pi a collocarli nella loro successione. Posso dire soltanto che tutto da allora cambi, non soltanto a casa nostra ma in ogni famiglia del paese.

8 Tra lo sconcerto e la stupefazione dicevo, anche perch l'io-narrante, mentre pensava di far colpo sulla giovinetta col volerle insegnare tutti i rustici divertimenti dei ragazzi-contadini, si accorge che la fanciulla lo ascolta s con un certo interesse, ma sempre pi con disincantata indifferenza. Perch?

Perch io ero ormai il suo cane e il suo fochista e il suo guardiano, ma tutto quello che offrivo aveva ogni giorno sempre minor valore e presa su di lei. Sicch restandomene l in piedi sbrindellato come uno stregone a cui  andato buco il sortilegio, alla fine mi resi conto che in verit io ero soltanto il suo scolaro, e che la mia campagna non aveva pi niente da insegnare alla sua citt, anzi forse aveva tutto da imparare, e che tutto ci che noi contadini sappiamo dobbiamo in fretta e furia dimenticarcelo se vogliamo diventare uomini [il corsivo  mio], perch forse  proprio quello che sappiamo che ci rende simili alle bestie 9 .

9 Di fronte a una razza sempre identica a se stessa e che ripete perfino nel nome quello dei suoi antenati (perch quando in una casa  morto un vecchio e nasce un bambino non si pu domandare: Che nome ghe metmo?' perch se no il morto si offende e far i dispetti) 10 , ecco dunque comparirne quasi inaspettatamente una tutta diversa, la cui civilt si annusa persino nei capelli 11 e che fa s che il contadino, finalmente, senta il bisogno di farla propria ed in essa trasformarsi. Onde la conclusione estrema dell'io-narrante: Sento che Patrizia, in definitiva,  stata l'unica vera maestra ch'io abbia avuto in vita mia 12 .

10 Parleremo tra poco del linguaggio popolar-contadino nel quale tutti questi particolarissimi romanzi vennero scritti; quello che ora premeva era mettere in risalto la funzione educativa di questa immersione nell'infinito repertorio di presunti valori propri di una societ che s'usa sempre definire civilt contadina, ed educativa in quanto sostanzialmente rivelatrice che tali valori sono di fatto disvalori o falsi valori. Se l'alone mitico che sempre avvolge tutto questo modo d'essere rende infatti assai ambiguo e difficile il fuoriuscirne, dato che lo si ama e non lo si pu non amare per la lunga esperienza di vita contratta,  pur vero che esso viene alla fine avvertito come un peso morto e un forte ostacolo per liberarsi e riscattarsi dalla dura condizione di sotto-uomo nella quale si  fatalmente venuti al mondo. Appunto a questo motivo, insieme drammatico e nostalgico, sono intonate anche le poesie che compongono la raccolta Fuori storia con le quali Camon esord primamente nel 1967 13 ; e di questa profonda lacerazione si dovr tener conto sia nel giudicare di quello che abbiamo definito l'inderogabile dovere dello scrittore, sia del dettato letterario in cui ritenne opportuno esprimersi, sia, finalmente e da ultimo, dopo la (relativa) scomparsa di detta societ sotto i colpi del furioso neocapitalismo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il senso s di liberazione ma insieme di doloroso tormento per il fatto che, tale liberazione, fu tutt'altro che un evento positivo ma una sorta di regresso a una civilt non meno barbarica (egoismo, senso supremo della propriet, odio per il diverso) di quella nella quale tante generazioni erano vissute e dalla quale si riteneva di essersi finalmente redenti. Nell' Avvertenza che chiude la nuova stesura della sua Vita eterna , probabilmente il libro pi bello dello scrittore veneto, il pi mosso e il pi drammatico, Camon ritiene che l'evento che ebbe a dissolvere la forma di civilt da lui tanto appassionatamente narrata sia stato l'arrivo della luce elettrica e della televisione, un modo metaforico per indicare le presunte conquiste del benessere economico e la sparizione di quelle lunghe veglie cui le famiglie rurali, dall'inizio di novembre, davano vita riunendosi nelle stalle delle case coloniche per giocare a carte o per raccontare storie ed ascoltarle. Ebbene: queste storie, in certa misura, sono per l'appunto le storie, o la storia fuori storia, di cui Camon ha intessuto le quattro parti del suo ciclo degli ultimi, nel loro spirito come nel loro linguaggio.

Il linguaggio protagonista del romanzo

11 Scrivo per vendetta ebbe a dire Ferdinando Camon 14 . Ed aggiunse: Non per giustizia, non per santit, non per gloria: ma per vendetta. Tuttavia, dentro di me, sento questa vendetta come giusta, santa, gloriosa. Per quanto tali espressioni risuonino notevolmente forti e risolute, non attribuirei ad esse un peso che probabilmente non hanno.  infatti verissimo che saper scrivere?-?ossia saper descrivere una data circostanza e sapere insieme comunicare il giudizio su di essa?-?significa possedere uno strumento di potere e la capacit pertanto di orientare in una data direzione anche il giudizio altrui; e tuttavia non  affatto questo ci che il lettore primamente avverte leggendo i libri del Nostro. Quello che immediatamente coglie nella lettura di tante fittissime pagine che si susseguono l'una all'altra senza quasi il respiro di un punto a capo, nello scorrere un periodare ipotattico cos estenuante da apparire persino (come  parso ad alcuno) una ininterrotta tiritera 15 che, buttata gi a fini mimetici del parlar popolare, sembra s simularne il movimento ma resta in realt chiusa nel giro delle iterazioni; ci che il lettore, dicevo, immediatamente coglie  proprio questo tentativo che il contadino acculturato (chiamiamolo cos) ora si sforza di compiere per tornare ad immergersi in un mondo e in un ambiente che  ormai divenuto altro da s ma sul quale non pu assolutamente?-?anzi non deve?-?stendere il velo dell'oblio. Forse per vendetta, sacralit o giustizia; ma innanzitutto per amore e intelligenza.

12 Tra le caratteristiche del parlar dialettale, dell'affabulazione dialettale (di qualsiasi dialetto),  da un lato la rusticana concretezza di quanto si viene esponendo, dall'altro la capricciosa illogicit degli inserti mnemonici che continuamente intervengono nel narratore a spezzare e confondere il filo principale del suo racconto, dall'altro ancora l'indiretta evocazione dei diversi atteggiamenti che assumono gli ascoltatori, di beffa, di riso o d'incredulit. Faccio qui un esempio quasi a caso, tratto dal Quinto stato 16 , e mi scuso per la sua inevitabile lunghezza. Si tratta della festa per il matrimonio della Narcisa, la sorella dell'io-narrante. Scrive dunque Camon:

Quando arriviamo a casa con la corriera strapiena troviamo nella corte molta pi gente di quanto ne avevamo lasciata, ma il sistema funziona lo stesso, perch se per caso il cuoco ha sbagliato i conti e si trova a corto di carne possiamo star sicuri che appena lui si accorge che la carne non basta, ecco che arriva puntuale il pollivendolo con la stia piena, e si pu comprare tutto in blocco, ammazzare e preparare in fretta e furia. Comincia la baldoria all'aperto sotto la vigna, dove mio fratello ha preparato le tavole unendole una accanto all'altra come per l'ultima cena. I tavoli non sono della stessa altezza e la tavolata sembra una montagna russa che grida ogni tanto: Viva i spusi, e allora il cuoco gli secca e si fa vedere e tutti lo salutano: Viva el cuoco. Dopo quattro cinque minuti comincia l'andirivieni degli uomini verso gli alberi, perch il vino giovane non si riesce a tenerlo in corpo a lungo e l'istinto e la tradizione conducono a orinare sotto gli alberi, sia perch si  mezzo nascosti e si salva appieno la decenza, sia perch cos il liquido, che  un concime, non va perduto. Girando gli occhi tutt'intorno sui campi si vedono appaiati un albero e un uomo, un albero e un uomo, un albero e un uomo, che sembrano tanti impiccati come la mattina dopo che i ponti erano saltati e i tedeschi avevano svegliato nelle loro case una trentina di uomini ignari di tutto e li avevano caricati su un camion con mani e piedi legati e il laccio al collo, e mentre il camion correva un fascista prendeva l'estremit libera della corda e la gettava in alto ad attorcigliarsi su qualche ramo, e cos il disgraziato legato a quella corda si sentiva strattonato in alto e fuori del camion ed era gi bello e impiccato. Quando il camion se ne fu andato restava una fila di alberi e c'era gi la Jija [una madre] che brancicava tra un corpo e l'altro in cerca di Jijo mentre un tedesco la rincorreva abbaiando. I tedeschi quando sono arrabbiati non riescono a parlare parole, ma per quanti sforzi facciano devono prima abbaiare perch discendono da Attila. La madre di Attila veniva tenuta prigioniera dal re suo padre, perch si sapeva che avrebbe avuto un figlio cos guerriero che la storia si sarebbe ricordata di lui soltanto. La madre per si annoiava di essere sempre sola, e perci chiese al padre di avere almeno la compagnia di un cane. Il padre la content mandandole in camera un cane da guardia dentuto e irrequieto, credendo cos che la guardia alla figlia sarebbe stata ancor pi attenta e insuperabile. Ma la figlia cominci a giocattolare col cane e a portarselo a letto, e le piaceva il suo corpo che vibrava sempre e il sua sguardo che pensava sempre ai fatti propri. In breve ebbe un figlio da lui che si chiam Attila: questo figlio era tutto uomo tranne le unghie delle mani e gli occhi che erano di cane, e ragionava come un uomo, ma quando si arrabbiava tutto in una volta per poter sgombrare la strada alle parole doveva prima vomitare la rabbia abbaiando tre volte, e da lui appunto discendono i tedeschi che prima di parlare una specie di quasi parole devono sempre abbaiare RAUS RAUS RAUS. Se per caso poi girando lo sguardo sui campi vedi un albero spaiato dal suo uomo, subito ti trabocca il bisogno di orinare e immediatamente non puoi resistere al dolcissimo desiderio di alzarti, sbottonarti, e occupare in fretta quel posto libero prima che ci arrivi un altro. Ormai sotto gli alberi si  gi formata una cospicua pozzanghera e alcuni non resistono senza orinare per pi di dieci minuti, e allora prendono il loro tavolo e se lo trasferiscono pi comodo vicino all'albero prescelto, cosicch ormai la tavolata non  pi compatta ma tutta frantumata a piccoli tavoli, e sul tavolo pi lontano sta seduto tutto solo e mangia a lenti bocconi tristissimamente come se soffrisse le pene dell'inferno il Berto Oco, tornato a casa un anno fa su una camionetta della Croce Rossa e lasciato l col suo fagotto in mezzo ai suoi che non lo riconoscevano e perci non si decidevano a dargli da mangiare, e ancora adesso quando mangia un po' troppo hanno dei forti dubbi sulla sua identit. Lui del resto  veramente uno scimunito: una volta lo portavano a Montagnana col biroccio e quando si fermarono al passaggio a livello lui cominci ad agitarsi col labbro inferiore e l'occhio sinistro che gli tremavano come se stessero per saltar via dal corpo, quell'occhio del resto era sempre semichiuso come una finestra accostata nella stanza di un malato, e quando gli sgropp davanti il treno ebbe come un trangosciato scossone per tutta la persona e respirando a singulti salt gi a catapulta e via trasverso i campi e fossi come un cavallo intafano. Un'altra volta...

13 Fermiamoci per ora qui.

14 Leggendo e riflettendo su questo passo ognuno, in realt, comprende di non trovarsi affatto davanti a una tiritera; comprende quanto meno come l'autore (appunto come si diceva) si sia sforzato d'immedesimarsi nella figura del contadino e nel riviverne la particolare, se pur angusta, mentalit. Anzitutto  colpito da quella costante serie di precisazioni sui diversi comportamenti narrati (perch... perch... perch) che sempre costellano la pagina di Camon (il contadino intende infatti essere non solo preciso ma concreto);  colpito da un lessico che, se pure italiano o italianizzato, ha comunque le sue radici nel linguaggio dialettale;  colpito da quella forma mentis rurale che giudica ogni atto, anche il pi plebeo e il pi triviale come l'orinare, dal punto di vista dell'utilit onde il liquido sparso presso un albero, dato che tale liquido  pure un concime, non va perduto. Ma  soprattutto colpito, come gi dicevamo, dagli improvvisi scarti mnemonici che intervengono subitanei nella narrazione. Siamo nel bel mezzo di una festa per uno sposalizio, un evento capitale nell'esistenza contadina; ed ecco che, appena appena suggerito dal vedere un uomo accostato a un albero (un albero e un uomo, un albero e un uomo, un albero e un uomo come in una solenne trilogia), il ricordo va a una vicenda ben pi drammatica quale la terribile rappresaglia tedesca contro gli abitanti del paese che verr estesamente e tragicamente raccontata nelle grandi pagine della seconda parte della Vita eterna. Qui per il momento c' soltanto l'accenno allo spettacolo, davvero crudele e disumano, del fascista che, le vittime sul camion in corsa, dispensa a ciascuna la propria morte quasi sghignazzando e lanciando verso gli alberi la corda.

15 Poi la scena torna alla gran festa campagnola dello sposalizio e si viene via fissando sulla figura di Berto Oco, divenuto scimunito per lo choc provato nel corso di una scampata o immaginata fucilazione. Qui in realt il vigore espressivo di Camon giunge ai livelli pi alti in quanto sa descrivere, in un dettato quanto mai semplice e pregnante, il senso di morte che s' ormai impossessato del poveruomo. Scrive infatti:

Un'altra paura gli salt fuori fin dai primi giorni, ed era quella di essere chiamato per nome ad alta voce da pi persone contemporaneamente: allora l'occhio gli si chiudeva del tutto come una finestra serrata in una casa in lutto, la sua figura umana pareva una sagoma da bersaglio gi centrata, l'uomo si fermava dov'era senza voltarsi indietro con le gambe divaricate e le ginocchia un po' flesse come se se la facesse addosso, e lentamente alzava le mani in segno di resa. Quando gli scoprirono questa tremarella quelli del Mulinello si divertirono ad aspettarlo in cinque o sei davanti a casa sua e poi a urlare il suo nome e cognome tutti insieme, e appena quello si bloccava all'angolo come uno spaventapasseri lo fucilavano TA RA TA TA con la bocca.

16 La tremenda incivilt dei compaesani, se non  proprio comparabile con lo sghignazzo del fascista di cui s' prima parlato, ad esso si avvicina non poco. Senza dire qui in fine che, quando il narratore svolge la sua digressione sulla ferocia rabbiosa dei tedeschi e sulle favolose origini che l'avrebbe motivata, il nostro pensiero non pu che evocare l'antichissimo mito di Danae e della pioggia d'oro in cui Giove si trasform per far sua la figlia di Argo e l'altro, altrettanto antico e bestiale, di Pasifae e del Minotauro. Sicch si pu dire, e senza enfasi eccessiva, che  proprio il linguaggio inventato da Camon?-?questa presunta tiritera?-?a costituire il vero protagonista (a far forse eccezione per l'elegia di un Altare per la madre ) 17 della sua trilogia sulla coralit contadina. In esso e grazie ad esso prende via via risalto sulla pagina la storia di un popolo che, seppure senza storia, la storia l'ha pure attraversata e che, con le sue vicende che continuamente si interrompono per venire subito riprese, finisce per configurarsi come la pi dolorosa smentita della convinzione, che fu s degli antichi ma che permane ancora nei moderni (soprattutto d'estrazione cattolica), che la povert sia fonte di purezza, di modestia e, infine, d'intima felicit, essendo vero l'esatto contrario. La povert e la miseria come sorgenti prime di un abbruttimento stoltamente orgoglioso di s, della propria ignoranza e del proprio sanfedismo e, di conseguenza, anche stolto spregiatore d'ogni forma d'istruzione, di cultura e di responsabilit civili e sociali 18 . Iniziando il suo poema sul Giorno l'abate Parini disegnava la figura del villano che, avviandosi al lavoro dei campi ancor prima del sorgere del sole, veniva piacevolmente scuotendo dai rami degli alberelli la rugiada notturna; in Camon assistiamo ai lazzi con i quali questo buon villano si diverte alle spalle dello sventurato Berto Oco: ove stia la verit ciascuno lo intende. Dichiararla con forza nonostante tutte le sfumature doverose e possibili,  stato l'impegno, doloroso ma coraggioso, delle scrittore Ferdinando Camon.

Note

1 Come Verga, Camon ha raccolto le sue opere di narrativa in cicli. Di questo degli ultimi fanno parte Il quinto stato (Garzanti, Milano, 1970); La vita eterna (ivi, 1972); Mai visti sole e luna (ivi, 1994) e Un altare per la madre (ivi, 1978?-?Premio Strega). I primi due libri ebbero una stesura definitiva, sempre presso Garzanti, nel 1988.

2 Camon nasce nel 1935 in un piccolo paese della campagna veneta di cui non ha mai fornito il nome. Dai suoi libri si comprende comunque che non deve distare molto da Montagnana, la localit pi nota di detta campagna. La casa dove nacque era comunque una casa isolata, in mezzo ai campi, tale che potevano trascorrere anche delle settimane senza che si vedesse anima viva. Dice comunque di se stesso: Quando penso al Veneto non penso certo a Venezia, non penso alle citt grandi e piccole, ma a questa piatta, lunga sperduta campagna piena di buoi, di cavalli, di cani, di contadini, di uccelli, di lepri [...] Un Veneto sperduto, dialettale, cattolico, pieno di storie, pieno di baruffe, di contrasti, di rapporti di forze, di sfruttamento che nessuno conosce. Devo questa citazione, ed altre che verr via via facendo, all'eccellente studio di Raffaele Liucci pubblicato in Belfagor LV (2000), pp. 545-60, fornito anche di una scelta bibliografica.

3 La citazione da Mai visti sole e luna, cit., p. 61.

4 Un po' a s, pur facendo parte dello stesso ciclo degli ultimi, sta la commossa elegia di Un altare per la madre.

5 5 Mai visti sole e luna, p. 141.

6 La citazione in La vita eterna, Garzanti, Milano 2001, p. 89.

7 Vd. in proposito il citato saggio di Liucci, p. 547.

8 La citazione in Il quinto stato, Tea, Milano, 1998, p. 97.

9 Ivi, p. 101.

10 Ivi, p. 103.

11 Ivi, p. 115.

12 Ivi, p. 125.

13 Vd. di nuovo il saggio di Liucci che, a p. 547, cita anche questi versi: ... ci che voglio,  il riscatto / del sotto-uomo, dargli coscienza / che lui non , ma gli altri sono.

14 Ancora Liucci, cit., pp. 551-52.

15 Alludo a Giuliano Manacorda, nel secondo tomo della sua Storia della letteratura italiana contemporanea. 1940-1996, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 825.

16Il quinto stato, cit., pp. 64-66.

17 Quest'accorata elegia, che apparve nel 1978 e merit il Premio Strega, si apparenta sicuramente ai romanzi del ciclo, e tuttavia se ne distacca proprio per il linguaggio che, nonostante non abdichi alla coralit (e si vedano le pagine iniziali che descrivono il trasporto funebre della madre dello scrittore), si distingue da quello degli altri tre libri proprio per il suo tono lirico e, appunto, elegiaco. A suo commiato, nel 1997, Camon vi appose questa nota: Quando moriva un amico, gli antichi gli mettevano in bocca una moneta affinch potesse pagarsi il viaggio nell'aldil, per incontrare i giusti, i buoni e gli eroi. Quando sar il momento, voglio che questo libro mi sia messo tra le mani come un lasciapassare: l'ho scritto per questa ragione, e per nessun'altra.

18 In proposito  molto istruttivo leggere la lettera-recensione che un contadino, parente pi anziano dello stesso Camon, indirizz allo scrittore quando usc Il quinto stato. Sommamente irritato per avere Camon divulgato una rappresentazione non autorizzata del proprio paese e averne dato un'immagine, a suo dire, completamente distorta, falsa e immorale, insomma una putanata, lo scrivente difendeva a spada tratta questo suo mondo contadino e lo dipingeva in tutt'altro modo da come Camon l'aveva descritto: Quanto noi andiamo fieri del nostro lavoro, quanta pace c' con noi stessi!; e celebrava, anticipando le rozze brutalit della Liga, il popolo veneto come gente che canta, che sprizza gioia da tutti i pori della pelle.  anche importante osservare che queste dichiarazioni del parente di Camon?-?cui lo scrittore rispose in modo quanto mai duro e argomentato?-?coincidessero con le osservazioni che, in recensione allo stesso Quinto stato, apparvero sul massimo organo di stampa della Curia, l'Osservatore Romano, tutte intese a difendere la perfezione e la felicit del contadino veneto. Ne parla comunque ampiamente Raffaele Liucci nel suo studio su Camon, pi volte ricordato, a pp. 552-54.

II. Realt e utopia nel mondo contemporaneo: Paolo Volponi

1 Per dare un significato emblematico e di forte richiamo a un mondo rimasto in gran parte sconosciuto, quello del basso proletariato contadino, Ferdinando Camon ritenne opportuno avvolgere tale mondo in un'aura di mitica arcaicit e farlo parlare, coralmente, cadenzando la sua voce su una tonalit dialettale che sapesse evocare tutto il repertorio di una esistenza tanto abbandonata a se stessa quanto sofferta e permeata di un'orgogliosa rassegnazione. Un decennio prima, dal 1962 al 1974, qualcosa di simile ma in una prospettiva artistica completamente diversa, aveva gi tentato l'urbinate Paolo Volponi a proposito del mondo operaio. Alludo a quei suoi tre romanzi Memoriale del 1962, La macchina mondiale di tre anni dopo e Corporale del 1974 dei quali qui tratteremo, dovendo tuttavia precisare che solo in ossequio a una generale tendenza della critica abbiamo accennato, per Volponi, al mondo operaio, essendo invero il suo obbiettivo di fondo molto pi ambizioso. Esso resta infatti quello di darci un quadro, il pi possibile completo, della crisi che attanaglia e viene via via logorando l'uomo d'oggi in una societ (italiana ma anche europea) che, sempre pi dominata dall'economia capitalista e da essa vinta e convinta, guarda con sempre maggiore distacco, ed infine anche con un certo disprezzo e persino con crescente ostilit, a quell'altra ed opposta, quella socialista, che pure, nell'ormai lontano 1917, aveva (in parte) salutato come portatrice di effettivi valori di giustizia sociale, di umane verit e di un'effettiva e non formale libert. Nella costruzione artistica di Volponi, che dapprima sembra assumere forme alla Kafka e quindi alla Joyce, resta pertanto sotteso un forte impegno politico , tanto da far s che lo scrittore si dimettesse dall'importante incarico di segretario generale della Fondazione Agnelli, entrasse nel 1983 in Senato come indipendente per le liste del partito comunista italiano e aderisse infine, nel 1991, a Rifondazione Comunista 1 .

Storia di una malattia

2 Il suo primo romanzo, Memoriale, viene solitamente inteso come la descrizione di un'alienazione da lavoro meccanico che colpisce un operaio sino a produrne un irrimediabile, disfacimento spirituale. A questo punto ho capito che nessuno pu arrivare in mio aiuto sigilla il suo tormentato racconto l'io-narrante, l'infelice Albino Saluggia che, a soli trentasei anni, attorno al 1955, stende il minuzioso resoconto, il memoriale della sua esistenza, in particolare a partire dalla fine del 1945 quando, tornato dalla prigionia in Germania nella sua casa nel Canavese (a Candia, sulle rive di un piccolo lago), spera ingenuamente di ricostruirsi finalmente una vita. Ed effettivamente la fabbrica, nella quale subito entra, agir nel senso sopra indicato, ma non tanto per le ragioni che si potrebbero agevolmente supporre?-?ritmi ossessivi, turni massacranti, sfruttamento disumano?-?quanto, e soprattutto, per il fatto che essa costituisce un ambiente, un universo che da subito, al suo iniziato, si rivela pi che come ostile incomprensibile e, pertanto, tale da suscitargli una incoercibile quanto irragionevole diffidenza. Donde il progressivo precipitare verso la catastrofe.

3 Ma occorre a questo punto, per prima cosa, rendersi ben conto della personalit di colui che stende tale suo memoriale. Nato nel 1919 ad Avignone da italiani emigrati (padre piemontese madre veneta), in Francia ha trascorso l'infanzia e la prima adolescenza. Quindi  rientrato con i genitori in patria, a Candia appunto, nel Canavese e di qui, non ancora terminati i prescritti corsi d'avviamento industriale in un collegio di salesiani; morto nel frattempo il padre  partito per la guerra e, dopo l'8 settembre, trascinato prigioniero in Germania. Tranne insomma il felice periodo nella citt e campagna francesi la sua vita  stata null'altro che un continuo e tormentato sballottamento, tanto crudele quanto insensato; una condizione ovviamente che tanti nostri compatrioti ebbero in sorte ma che in Albino Saluggia diviene malattia, anzi una duplice malattia: una psicologica legata alla perdita dell'equilibrio mentale e a una forma, insieme, di autopunizione e di autodifesa?-?volersi cio distruggere da se stesso e voler d'altra parte restare fanciullo non assumendo responsabilit e accentrando su di s i sentimenti e le cure degli altri; e una seconda reale, ben concreta e ben accertabile, ossia la tubercolosi di cui tuttavia il malato non intende prendere atto e che ostinatamente denuncia, sino al parossismo, come un formidabile complotto dei medici ai suoi danni. Ebbene: cosa significa tutto questo?

4 Per meglio comprenderlo ed avere cos in mano la chiave delle pi segrete intenzioni di chi ci ha voluto presentare la storia di un cos strano soggetto, varr forse la pena di dare uno sguardo al suo orizzonte spirituale, ai suoi pi radicati sentimenti, al suo modo di concepire la vita. Tutto ci  presto detto: Albino  un buon figliolo e tutto il suo vero mondo sta ora racchiuso nella nostalgia degli anni trascorsi ad Avignone, nella sua casetta di Candia, nella vista del piccolo lago sul quale s'affaccia, del poco cielo di cui conosce tutti i possibili colori e sfumature, delle crepe sul muro della sua cameretta.  legato alla madre ma tra i due corrono pi silenzi che parole.  stato alunno dei salesiani e lo  ora del parroco del paese; crede in Dio e nella Chiesa e se il due giugno ha votato per la monarchia il 18 aprile del '48 voter per la Democrazia Cristiana. Io?-?dice agli inizi del suo memoriale 2 ?-?ho sempre votato per la Democrazia Cristiana, per rispetto alla Chiesa che non mi aveva mai abbandonato nemmeno in prigionia e per venerare la croce di luce che splende la notte sulla chiesa di Candia e che mi ha sempre tenuto compagnia, anche ora quando non dormo. Sta dunque il pi lontano possibile da coloro che, della sua condizione od anche peggiore, si danno le arie negli altri partiti 3 e ritiene che l'uomo debba acquistare autorit migliorando serenamente e cancellando i propri mali contro le avversit dei maligni con le buone ragioni e la virt; altrimenti?-?soggiunge molto significativamente?-?i paesi si riducono come la Germania che ci tenne prigionieri uccidendoci a milioni, o come la Russia che aveva i soldati pi ignoranti e le terre senza strade 4 . Probabilmente non si poteva alludere meglio al clima di quella guerra fredda insorta subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, al mondo diviso in due parti che subito ne segu e, come accennavamo in precedenza, al lento ma progressivo trionfo della concezione del mondo capitalistica che oggi ha ormai finito per sommergere ogni ulteriore resistenza. Perch quello che Albino Saluggia intravede, sia pure nel delirio della sua malattia,  questo: che anche nel mondo rappresentato dalla Democrazia Cristiana e dalla Chiesa c' qualcosa che non va e che contrasta con i suoi ingenui ideali di una vita che non esiste se non nei sogni della giovinezza: l'opportunismo, il calcolo cinico delle convenienze, il perbenismo che cela l'inganno, il guanto di velluto che nasconde il pugnale. Dice di se stesso 5 :

Io amo la campagna che dice prima, con strade e viottoli, che cosa si deve fare e che si fa vedere tutta, onestamente. Amo la campagna pi ancora del mio stesso paese; ma non l'amo come un contadino perch il contadino ha, di fronte alla campagna, un formicolare interessato e zappa e taglia ogni giorno come certi animali che rovinano il legno. Se la campagna fosse lasciata rigogliosa e sola, oltre ad essere pi bella darebbe anche pi frutti, da raccogliere con giudizio. Non vorrei, io, nemmeno possedere terra, perch uno finisce per sentirla propria e vorrebbe poi custodirla e difenderla e tagliarla dal resto del paese e vorrebbe governare i mutamenti del tempo sui suoi alberi e campi e magari scacciare i corvi e gli altri animali. La terra  forte e non pu essere dominata da nessuno e ripara da se stessa ai suoi mali.

5 Spunta qui?-?ed  abbastanza chiaro?-?un'ingenua visione socialistica del mondo, di quel socialismo tutto evangelico che il nostro Albino Saluggia, pur ritenendolo ragionevole e possibile, non riscontra affatto nella realt delle cose. Di qui quei suoi mali inguaribili perch se, in quanto mali fisici (la tubercolosi), gli uomini della citt e della fabbrica li sanno perfettamente diagnosticare, in quanto mali dello spirito non solo non sono in grado di comprenderli ma non hanno neppure interesse a farlo. Tra malattia reale e malattia spirituale, tra tubercolosi e nevrosi, s'innesta cos un gioco di riflessi e di ripercussioni che, raccontate gli uni e le altre con una minuzia addirittura esasperante, fanno delle tante pagine di questo Memoriale la storia di una malattia come storia della progressiva perdita, da parte del malato, anche dell'unica fede naturalmente umana che avrebbe potuto ancora confortarlo e in qualche modo risarcirlo. La campagna contro la citt, la natura contro la costruzione artificiosa escogitata dall'uomo (da una ristretta societ umana) per sopraffare il proprio simile. Sul principio stesso del suo racconto cos Albino parla della fabbrica 6 :

Quelle pietre del selciato, pesanti e dure sotto il passo da far male alla caviglia; l'aria calda di giugno, pi calda e malata intorno alla fabbrica come davanti a un forno, mi spingevano a fuggire, a non aspettare ancora e nient'altro, a tornare a casa mia. La fabbrica mi sembrava un edificio senza senso e sentivo che una parte del mio cervello stava facendo violenza su di me per trattenermi in quel luogo ostile e innaturale.

6 Entrare in essa, pare insomma di capire, era come entrare in un edificio popolato da persone che avevano in certo modo abdicato alla loro condizione prima di uomini, ai loro umani sentimenti di amicizia e di solidariet, persino di umana ragionevolezza; significava prendere l'irreversibile decisione di trasformarsi da persona in cosa in vista di un profitto materiale che mai, in ogni caso, avrebbe potuto restituire, a chi avesse compiuto tale scelta, la per sempre perduta dignit di uomo. Abbiamo qui forse un poco forzato quanto la lettera del libro dice ma  pur sempre un fatto?-?sovente sottolineato?-?che la malattia del protagonista lo induce paradossalmente a guardare con sempre maggior simpatia a quei pochi che, all'interno della fabbrica, si distinguevano per una certa ribellione e resistenza, cos come  un fatto, in chiusa del libro stesso, che lo stesso protagonista, cui pure la fabbrica aveva mostrato tanta indulgenza per i suoi strani comportamenti, viene da essa definitivamente espulso quando d un decisivo e concreto aiuto, senza che nessuno glielo avesse chiesto, a uno sciopero che rischiava il fallimento. Non che in Albino Saluggia fosse in quel momento insorta un'improvvisa coscienza operaia. Tutt'altro: egli vedeva semplicemente quanto, con il progressivo affermarsi di una societ capitalistica, andava perdendo la campagna nata insieme all'uomo; come l'uomo si venisse disumanizzando e quanta vita andasse perduta per le scorie, i sassi, la polvere, i metalli, le stradacce; come insomma fosse indecoroso che gli uomini stessero su quei quadrati e strisce proprio come le mosche si ammucchiano sulle ferite 7 . In breve e come per una prima provvisoria conclusione: la malattia di questo candido e inconsapevole allievo di Rousseau?-?la sua storia?-?agir, se non in lui in altri suoi consimili, come una prima forma di redenzione dalla soffocante condizione che viene lentamente rendendo la persona uomo sempre pi lontana dalla possibile serenit della vita, dalla sua ragionevolezza e, infine, dalla sua stessa misurata felicit.

La macchina mondiale

7 Tre anni dopo Memoriale , nel 1965, appare il secondo romanzo di Volponi, il secondo atto di quella sua non facile ricerca sul significato della societ italiana che, caratterizzata dal cosiddetto miracolo economico, dalla fuga dalle campagne e dalle mille trasformazioni operatesi nella societ stessa, stava dando vita, politicamente, al centro-sinistra e preludeva alle rivolte studentesche e operaie del celebre Sessantotto: una societ certo non facile da valutarsi in quanto, pur presentando segni indubitabili di cambiamento, manteneva al contempo forti e come incoercibili legami con i tradizionali valori, o presunti valori, anche religiosi, del mondo occidentale. Ed  proprio su questo scenario di fondo che, nel romanzo di Volponi, irrompe la figura di un'altra sorta di don Chisciotte ancor pi strano e complesso di Albino Saluggia: il contadino e libero studioso (com'egli stesso si definisce) 8 Anteo Crocioni che, cresciuto e vissuto nelle campagne del pesarese non lontano da Urbino, dopo che i genitori lo avevano abbandonato per emigrare a Roma, sposa una ragazza dei paesi vicini e con lei vive per un certo periodo sino a quando, a seguito di insanabili contrasti sul modo di concepire l'esistenza, anch'ella lo abbandona per fuggire a Roma al servizio di un altolocato e non meglio precisato Consigliere. Di qui il dramma (emblematico) del nostro personaggio colpito, da un lato, dal rifiuto che il mondo oppone alle sue strane teorie scientifico-morali per dar vita a una nuova Accademia dell'Amicizia composta da individui qualificati e ragionevolmente protesi a gettar le basi di un'esistenza migliore e che, dall'altro, si sente ferito a morte dal non essere amato da una moglie che egli pure ha amato ed ama intensamente. L'atto finale?-?il farsi esplodere con la dinamite?-?suggella la tragedia e la consapevolezza di un fallimento.

8 Abbiamo cercato di fissare in poche righe le tante pagine che, di questo strano e certo non facile romanzo, si susseguono fittamente l'una all'altra come in un discorso e in una confessione ininterrotta, al pi scindibile in tre parti: il periodo trascorso dal nostro Anteo nella sua campagna di San Savino nella quotidiana elaborazione delle sue utopiche teorie per far costantemente progredire l'uomo e la macchina mondiale di cui l'uomo stesso  parte essenziale; la fuga della moglie a Roma per allontanarsi, con l'appoggio convinto di tutti i suoi parenti, dalle folli e bolsceviche elucubrazioni del marito e, di conseguenza, la disperata ricerca che quest'ultimo di lei compie nella citt indolente e corrotta, oziosa e parassitaria?-?vero specchio di un mondo immobile e conformista che s'ostina a non voler cambiare e mantiene invece, ossessivamente, i propri assurdi e vili privilegi; il ritorno coatto infine del protagonista a casa sua; il processo che gli viene intentato per i maltrattamenti fatti subire alla moglie (che per chi li impartiva erano invece intesi come atti d'amore); i colloqui amichevoli da lui tenuti con un giovane sacerdote sull'essenza e il destino dell'umanit?-?l'unico che, pur non condividendole, apprezzasse le utopiche teorie del nostro contadino-filosofo; il dramma finale. Due comunque, se pur strettamente connessi, sono i temi di fondo del romanzo: l'enunciazione dei criteri per fare avanzare il mondo sulla strada del progresso e di una civilt sempre pi consona allo spirito dell'uomo e la sublimazione dell'amore dell'uomo per la donna onde fare, anche di colei che ancora non sa, la nobile compagna di una missione altamente civilizzatrice. E dobbiamo ricordare anche qui che sullo sfondo storico c' sempre il clima contrapposto della guerra fredda e della conseguente opposizione fra due modi di concepire la vita individuale e la vita collettiva della societ, e ricordare pertanto, anche qui, che il mondo allegorico di Volponi  costantemente animato da una profonda vena politica.

9 Ma in che consistono le stravaganti teorie scientifico-morali che il protagonista del romanzo viene via via stendendo in un suo trattato che vorrebbe raffigurare una civilt tecnologica in costante progresso e tale da poter realizzare, nella sua completezza e perfezione, quell'uomo che, creato dalla divinit,  ancora rimasto in una condizione di basso e vergognoso avvilimento? Potremmo rispondere cos: dar credito, in opposizione alle convinzioni religiose da sempre dominanti, alle teorie scientifiche evoluzionistiche onde l'uomo prima di essere uomo, era stato un animale come una scimmia o come un pesce 9 ; tracciare una netta linea di separazione tra vivere ed esistere, ossia tra il semplice e banale mangiare e riprodursi e il sapersi ogni giorno ricostruire in ossequio a una legge superiore che governa l'universo incarnato e vivente 10 ; non vivere pertanto staticamente ma in un continuo, dinamico e progressivo movimento; cambiare nel profondo una organizzazione sociale che, venuta degenerandosi nei secoli per l'egoismo e la pigrizia di alcuni,  stata tuttavia sempre considerata come qualcosa d'intoccabile e instaurare in suo luogo una societ nella quale ogni pensiero possa essere collettivamente esercitato e positivamente accolto 11 ; costruire infine, come a sfida alla stessa macchina mondiale, macchine che, obbedendo a un codice morale razionale e collettivo, sappiano essere di autentico aiuto all'uomo e sua effettiva liberazione. In breve: far s che la mente dell'uomo, grazie a quella sua scienza che costituisce la sua parte migliore e la sua pi naturale espressione e che, soprattutto, non ha mai rinnegato alcuna delle sue precedenti proposizioni avendole sempre assorbite in altre superiori, non rimanga nell'immobilismo proprio della natura (la quale non fa che ripetere se stessa nei secoli), ma proceda coraggiosamente e senza fermarsi verso pi alti e sempre pi condecenti traguardi 12 . In altre parole ancora: la fede nella scienza e nella ragione contro l'oscurantismo di una tradizione religiosa che ha sempre mantenuto, nonostante gli apparenti benefici materiali per lo pi goduti da una ristretta minoranza, l'umanit in una condizione di abbrutimento e di abiezione morale. Certo non  difficile, al di l di ogni escogitazione allegorico-metaforica (anche in obbedienza alle teorie sul nuovo romanzo allora di moda) leggere in questa utopistica nuova societ il richiamo a quella socialista instaurata nell'Unione Sovietica; e l'accenno entusiastico al primo satellite artificiale lanciato dall'URSS nell'ottobre del 1957, lo sputnik , ne  del resto una prova. Come non  un caso che tutte queste rivoluzionarie teorie vengano dallo scrittore Volponi attribuite non a un filosofo-scienziato erede del settecentesco illuminismo, ma un uomo dei campi della sua stessa terra: Anteo Crocioni.

10 Queste teorie invero, in termini squisitamente politici, ebbero successo e clamore qualche anno dopo la stesura della Macchina mondiale ad opera di quell'azione collettiva (di studenti e di operai) che scosse l'Italia e l'Europa tra il 1968 e il 1973; ma si tratt invero di un fenomeno sostanzialmente effimero e destinato a produrre il periodo dei cosiddetti anni di piombo. Detto altrimenti: il suicidio di Anteo Crocioni, che non suona al lettore come un atto di disperazione romantica alla Jacopo Ortis ma come una consapevole rinuncia all'utopico, sembra persino sigillare un preciso momento storico. In questa prospettiva si potrebbe anzi dire che la drammatica vicenda d'amore tra Anteo e Massimina (la moglie che l'ha abbandonato)?-?vicenda anch'essa rappresentata e descritta con l'andamento s mosso ma pure nobilmente riflessivo che  la costante narrativa nella quale si muove il nostro personaggio?-?costituisce l'escamotage artistico e letterario attraverso il quale si sorregge tutta la parte filosofico-politica, e fortemente polemica, del romanzo stesso.

La crisi

11 La situazione cos difficile e problematica in cui si sono trovati a vivere Albino Saluggia e Anteo Crocioni esplode infine nell'ultimo romanzo della trilogia di Volponi, Corporale , edito nel 1974 non pi da Garzanti ma da Einaudi. E qui  bene chiarire qualche punto. Occorre anzitutto dire che il narrare di Volponi  ben lungi dal narrare tradizionale (come in parte anche in Camon che tuttavia il lettore, compresa che abbia la chiave del suo particolare linguaggio, poi segue agevolmente). Il narrare di Volponi  invece, sempre e volutamente, un non-narrare sicch, ad esempio, in due delle quattro parti del libro il protagonista s'esprime in prima persona, ma in due si passa alla terza. Probabilmente lo esigeva la materia e, con essa, la forma da assumere, vale a dire le teorie sperimentalistiche del nuovo. E questo nuovo, a quanto almeno ci  dato di capire,  il proposito di trasportare sulla pagina lo stato di frustrazione, di delusione e di disincanto che il rivoluzionario?-?siamo negli anni difficili e problematici della svolta che il partito comunista italiano intende imprimere, con Berlinguer, in direzione del cosiddetto compromesso storico (fallimentare e fallito)?-?avverte, sia pure confusamente, come un tradimento. Il protagonista di questo Corporale  questa volta un intellettuale residente a Varese ma in villeggiatura presso Rimini, un laureato in legge che ha lavorato per parecchi anni in una grande industria e che, pur lavorandovi con passione ed impegno ne  stato allontanato per le sue idee (e in questo ritratto leggiamo pure alcune notazioni autobiografiche) 13 ; un intellettuale in profonda crisi d'identit, talmente in crisi da confondere se medesimo con gli altri e in particolare con una sorta di antagonista, il tedesco Overath. Tale condizione di disperata mortificazione dei valori dello spirito si trasforma pertanto in una di esasperata sovreccitazione degli elementi che costituiscono il corpo onde il protagonista, ad esempio, si scopre a ritrarre se stesso con queste parole 14 :

Caro Overath, sto andando via, nella confusione, per conto mio. Non so dove, ma qualcuno o qualcosa mi sta aspettando. Potrei salvarmi, con una forte ideologia, con un progetto ideologico. Non mi contraddico: ma tieni conto che i pensieri mi sgorgano dalle vene, sono ormai una prova e una necessit del corpo.

12 E poco dopo:

Oltre che pensare, camminare, mangiare, etc. etc., mi convinco di una necessit corporale, di una specie di lievitazione il cui stimolo e il cui appagamento posso definire con il verbo assassinare. Assassinare come penetrare, rompere, esaurire, consumare, assorbire. [...] Aiutami a trovare un progetto ancora sopra, per forza ideologica: se no sar una specie di decapitazione con uscita a getto di tutto il mio sangue, o di crocifissione con la testa in gi, per la qualetutto sar offuscato sino all'esplosione...

13 Sostanza del romanzo, se possiamo ancora avvalerci di tal termine per questo libro che peraltro supera, pressoch senza interruzioni, le cinquecento pagine (ossia un quarto di Guerra e pace),  comunque una sequenza o giustapposizione di passi che solo molto raramente si aprono a un racconto un poco pi disteso;  un aggrovigliarsi di considerazioni, pensieri, lacerti di vita e di tematiche politiche che provano a tradurre, in uno stile mimetico, uno smarrimento dell'uomo cos profondo da equiparare, in una mescolanza che esula totalmente da ogni forma di verosimiglianza, realt e immaginazione; ?-?vorrebbe essere?-?la rappresentazione dell'angoscia del vivere contemporaneo assillato non soltanto dalla corporeit propria del mondo consumistico e dalla reificazione che esso produce, ma anche dall'incubo, tipico di quegli anni, di una generale deflagrazione atomica. Le parole si succedono alle parole mediante un procedimento che, sostanzialmente, si affida all'accumulo pressoch infinito di stati di coscienza da parte di uno schizofrenico che ora si chiama Gerolamo Aspri ora, quando si passa alla terza persona, prende il nome di Joaqun Murieta e che lo scrittore segue impietosamente nel suo ragionare che  sovente uno sragionare procedente per associazioni alogiche o prelogiche, segno costante di una totale e completa frantumazione spirituale. A pagina 242 ad esempio leggiamo:

Non riesco a piangere per la morte di Maria. Sento solo una grande confusione tra mamma rivoluzione Stalin rivoltella orologi libri banchi scuole mal di panza ignoranza demenza intelligenza prepotenza morte vita violenza.

14 E cos via. Senza dire che, alla fine, non si sa neppure cosa ne sia del nostro personaggio: morto, sparito, tramutato in altra persona? L'amico che lo va cercando ad Urbino casa per casa, giunto nell'ultima sua dimora possibile e trovandola vuota, aperto a caso un cassetto trova un quaderno scolastico che emette quel fluido che hanno i libri chiusi e che contengono una verit. Apre il quaderno e riconosce la calligrafia di Gerolamo Aspri. Sulla prima pagina, al centro, trova scritto: Cuaderno de Joaqun Murieta. La crisi permane, la crisi non viene risolta, ha affermato uno dei nostri studiosi pi intelligenti ed equilibrati, quel Sergio Antonielli che ha pure parlato di questo libro di Volponi come di uno dei pi importanti degli anni Settanta 15 . Forse nelle intenzioni; pi difficilmente possiamo condividere questo giudizio nella realizzazione.

Note

1 Nato nel 1924 ad Urbino, Paolo Volponi ha compiuto i suoi studi nella citt natale laureandosi in giurisprudenza. Ha iniziato quindi una serie di inchieste nell'Italia meridionale per conto del Comitato di soccorso ai senza tetto e, trasferitosi a Roma, ebbe a conoscere nel 1950 Adriano Olivetti entrando quindi, sei anni dopo, nell'azienda di Ivrea con incarichi di prestigio. Il suo esordio fu come poeta, ma la notoriet venne a seguito di quel suo primo romanzo, Memoriale, di cui ora dovremo parlare.  morto ad Ancona all'et di settant'anni.

2 Vd. P. Volponi, Memoriale, Garzanti, Milano, 1965, p. 9.

3 Ivi.

4 Ivi.

5 Vd. Memoriale, cit., p. 13.

6 Vd. Memoriale, cit., p. 22.

7 Ancora Memoriale, cit., p. 276.

8 Vd. P. Volponi, La macchina mondiale, Garzanti, Milano, 1965, p. 190.

9La macchina mondiale, cit., 144.

10 Ivi, p. 22.

11 Ivi, p. 53.

12 Ivi, p. 208.

13 Vd. P. Volponi, Corporale, Einaudi, Torino, 1974, p. 72: Gerolamo Aspri; risiedo a Varese, sono in villeggiatura vicino a Rimini. Sono insegnante in un Istituto privato religioso. Ma non sono un professore. Sono laureato in legge e ho lavorato dalla laurea per quasi dieci anni in un'industria, nel settore delle relazioni interne: personale, paghe. Ho avuto grosse responsabilit e le ho svolte bene. Poi sono stato ingiustamente cacciato. Ero del PCI, anche consigliere comunale.

14 Vd. Corporale, cit., p. 67.

15 Vd. S. Antonielli, M'illumino d'immenso. Viaggio nella letteratura italiana contemporanea, Mursia, Milano, 1987, pp. 303-4.

III. Lingua e dialetto nella ricerca di Luigi Meneghello

1 Uno dei tratti pi indicativi e significativi della narrativa contemporanea  il progressivo ricorso a quell'io-narrante che tende a fare della materia narrata, rivissuta nella memoria o esperita nel tempo, un oggetto, insieme, di racconto e di riflessione; quella sorta di romanzo-saggio che, sia pure in diversa misura e gradazione, era gi sostanzialmente presente in un Calvino o in uno Sciascia. Tale tendenza, nei primi anni Sessanta, risulta molto evidente in due libri di uno scrittore assai singolare: quel Luigi Meneghello che, nato nel 1922 a Malo, un paese del Vicentino, a met settembre del 1947, ossia a venticinque anni, lasci l'Italia per insegnare italiano all'universit di Reading e svolgervi contemporaneamente un'intensa attivit di diffusore della nostra cultura in Gran Bretagna. Il brusco trasferimento dalla realt provinciale veneta degli anni Trenta e Quaranta a quella inglese; un innato senso di distacco e di distinzione dal pur amato mondo in cui aveva trascorso infanzia e adolescenza; una vivissima avversione per quanto poteva suonare patetico o in certo modo retorico; un acceso interesse per come la realt delle cose si traduce nel parlato e attraverso di esso si tramanda; ebbene, tutto questo lo port, nel corso di una pi che decennale elaborazione, a stendere finalmente, agli inizi degli anni Sessanta, quei suoi due romanzi che lo imposero all'attenzione del grande pubblico: Libera nos a Malo e Piccoli maestri , apparsi sia l'uno che l'altro, a poca distanza di mesi, da Feltrinelli: nel 1963 il primo, nel 1964 il secondo 1 . Li si potrebbe definire, insieme, una liberazione e una forma di auto-educazione: liberazione dalle tenerezze implicite nel mondo infantile e suo esame, piuttosto, sempre svolto sul filo di una cordiale ironia; auto-educazione quindi, acquisita attraverso il passaggio da un'adesione acritica al fascismo imperante a quella, sempre pi consapevole, del movimento della Resistenza. Ed  proprio attraverso questi due nuclei, che assumono un particolare significato in virt della loro espressione linguistica, che l'autore svolge quelle sue riflessioni che indubitabilmente pertengono alla sua pi sincera ispirazione.

La Resistenza come esperienza autoeducativa

2 In una Nota alla seconda edizione (Rizzoli) dei Piccoli maestri Meneghello ha scritto:  risultato che anche questa materia, come quella della mia infanzia a Malo, aveva radici profonde; estrarle ed esporle alla luce  stato ugualmente lungo e difficile, ma pi doloroso; i veleni non erano quelli di un bambino ma di un giovane uomo, veleni pi adulti; e le cose da esorcizzare pi inquietanti. Spiega quindi di aver cominciato a scrivere gi nel primo dopoguerra: brevi attacchi che poi restavano sospesi in aria, qualche volta un paio di duri versi, o un'impaurita filastrocca per ben morire'. Aveva anche tentato, al principio degli anni Cinquanta, una prima versione organica dei Piccoli maestri in inglese sennonch, in tutti questi tentativi ed assaggi, capiva di scrivere con molta fatica e, soprattutto, temeva che, trovato finalmente uno sbocco, ne grondasse un fiotto di caotiche affezioni personali?-?un'emotivit retorica da assolutamente evitare. Su questa genesi dei suoi due primi libri Meneghello insiste molto, anche perch si sente convinto che scrivere  una funzione del capire. Questa breve annotazione  in realt quasi decisiva per comprendere fino in fondo le autentiche intenzioni dell'autore: tornare con la memoria a momenti della propria esistenza per poterne davvero afferrare il senso e l'intelligenza, il significato stesso della vita che uno si d o si cerca di dare.

3 Cominceremo comunque il nostro breve esame partendo dal secondo libro del Nostro, se pur lo si pu chiamare secondo data la sua contemporaneit col primo; cominceremo insomma dalla narrazione che Meneghello ci ha dato della sua giovinezza?-?gli anni tra il '43 e il '45?-?prima di quella della sua infanzia e adolescenza. Per almeno due motivi: perch Piccoli maestri  scritto in una lingua che, pur non rifiutando le inserzioni dialettali,  pur sempre la lingua italiana ed  quindi di lettura pi tradizionale e, in secondo luogo, perch vogliamo trattare da ultimo il fenomeno linguistico dello scrittore vicentino, ossia quel dato stilistico (come definirlo?) per il quale egli dest tanto scalpore e interesse non solo fra i lettori e i critici, ma presso gli stessi studiosi ex professo del mondo dialettale e linguistico. Non da ultimo perch il romanzo ci d minuziosamente, forse anche troppo minuziosamente, il quadro di un'esperienza partigiana sotto il profilo di un'esperienza di autoformazione verso la conquista di orizzonti umani e culturali ispirati a un'autentica civilt.

4 Occorrer comunque ricordare che Meneghello, in armonia con l'ambiente in cui si trov a vivere, fu da giovanissimo fascista 2 e che nel maggio del 1940, a Bologna, partecip e vinse, quale rappresentante del GUF di Padova, i Littoriali nel campo degli studi di dottrina fascista, risultando anzi il littore giovanissimo di quell'anno: gi da questo si comprende come il passaggio dal patriottismo e dal fascismo giovanile all'abbraccio della lotta partigiana rappresenti una notevolissima forma di educazione. In che modo ci avvenne? Con l'incontro, davvero decisivo, con il giovane antifascista Antonio Giuriolo, il primo e maggiore dei piccoli maestri. Nel libro ci viene presentato cos 3 :

C'era Antonio con noi, era venuto a fare una specie di sopraluogo. Volevo dirgli: Toni, i partigiani del popolo sono loro, ma non osavo. Andammo, con Antonio, in tre o quattro a conoscere il comandante. Due armati andarono a riferire. Dopo un po' si vide venire avanti per il sentiero, tra sgherri mitrati, un uomo piuttosto giovane, robusto, disinvolto. Aveva scritto sul viso: Comandante. Aveva calzoni da ufficiale, il cinturone di cuoio, il fazzoletto rosso. Era ben pettinato, riposato, sportivo, cordiale. Antonio era vestito alla buona, con la sua aria dimessa e riservata; pareva un escursionista. Il comandante avanz sorridendo, a due metri si ferm, col pugno sinistro in aria, e disse allegramente: Morte al fascismo. Vibrava di salute, fierezza, energia. Toni un po' imbarazzato disse: Piacere, Giuliano, e gli diede la mano in quel suo curioso modo, con le dita accartocciate. Uno meglio dell'altro. Provavo fitte di ammirazione contraddittorie.

5 Anche da questo breve passo promana quell'atmosfera di candore, d'ingenua pulizia, di attrazione verso l'onesto e il virtuoso che, se non vado errato, costituiscono gli elementi di fondo di una concezione del mondo dalla quale ci si sente appunto attratti e per la quale si sente come il dovere di rinnegare in toto la precedente. Quasi una rivelazione, un'apparizione; un disvelamento delle menzogne in cui si era sino a quel momento vissuti. Nella pagina precedente, del resto, cos all'io-narrante erano apparsi i partigiani delle brigate Garibaldi, i partigiani comunisti (va detto che il giovane Meneghello e i suoi altrettanto giovanissimi compagni, in genere studenti universitari, erano del Partito d'Azione e avevano il loro riferimento non in Lenin ma in Mazzini):

Erano meravigliosi. Laceri, sbracati, sbrigativi, mobili, franchi: questi qui, pensavo, sono incarnazioni concrete delle Idee che noi cerchiamo di contemplare, sbattendo gli occhi. Eravamo tutti impregnati di questi concetti, allora: dicevamo che le idee si calano nelle cose [...] Avevano armi, non tante ma buone; uno portava in groppa una mitragliatrice pesante e altri lo seguivano con le cassette; avevano i fazzoletti rossi, le scarpe rotte, i visi lieti e feroci. Ce n'era di giovani e di vecchi, di robusti e di scanchnici, ma insieme facevano un Ente palesemente vitale, una Banda in cui al primo sguardo si riconosceva calata l'Idea della Banda [...] Eravamo annichiliti di ammirazione; si sentiva di colpo, al solo vederli, che la guerra partigiana si fa cos.

6 Come insomma abbiamo detto poc'anzi una specie di rivelazione, un incontro improvviso con la Verit. Del resto, gi in precedenza, s'era parlato dei partigiani comunisti in questi termini 4 :

Noi eravamo col Partito d'Azione, e ammiravamo profondamente i comunisti. Veramente alcuni, anche molto giovani, erano esasperanti; bravissimi nelle cose pratiche, non si aveva per mai il piacere di fare un vero ragionamento con loro; pareva sempre che facessero apposta a non capire le nostre osservazioni, cos sottili, aperte, umane [...] Ispiravano grande rispetto, per; erano ovviamente dentro fino al collo nei nuovi fatti d'Italia, e sempre primi in tutto, sempre sotto, senza calcoli, pagando sempre di persona.  inutile dire oggi che i calcoli ci saranno stati: chi dice cos non ha capito niente dei comunisti di allora; noi invece li abbiamo visti coi nostri occhi, e sappiamo cosa valevano. Venivano in mente per contrasto quei compagni di scuola, a Vicenza e a Padova, che continuavano a occuparsi, forse presso una zia di campagna, di Kirkegaard e di Jaspers, o addirittura di esami universitari, per avvantaggiarsi nella vita e nella carriera, magari con qualche lirica ermetica in proprio, trasudata negli intervalli. Di questi grandi villeggianti della guerra civile, la borghesia urbana ne ha prodotti parecchi; non pochi di loro sono oggi energicamente schierati dalla parte degli angeli, hanno fatto carriera, e speriamo che siano contenti.

7 Difficilmente troveremmo altrove, in un dettato cos calmo e sprezzante cos sereno e cos caustico, l'ammirazione per ci che comporta l'adesione ai valori della virt e della consapevolezza di cosa sia il viver civile e la condanna e la denuncia, e appunto il disprezzo, per la miseria degli appagamenti degli egoismi individuali; il sentimento di ribrezzo per una borghesia che, neppure nei momenti pi decisivi della storia, sa andar oltre i meschini orizzonti della propria carriera e dell'avvantaggiarsi nella vita; e che si schiera pertanto dalla parte degli angeli, ossia per quella parte di societ che non ha ancora compreso, a distanza di secoli, che solo la virt  compenso a se stessa.

8 Il racconto poi, che si snoda lungo undici capitoli, passer alla lunga narrazione delle esperienze che questi singolari partigiani in cerca della propria formazione ed educazione faranno, sull'Altipiano di Asiago, dei rastrellamenti operati dai fascisti e dai tedeschi, sempre comunque visti come dall'interno della propria coscienza individuale, tanto che lo stesso Meneghello preferisce definirsi, per quanto scrive, solo un semplice cronista che parla di ci che sa e solo di ci che sa 5 ; e si concluder infine col racconto dell'impegno profuso, a Padova, tra il '44 e il '45, sia nell'organizzazione della guerriglia urbana sia nella partecipazione all'insurrezione finale della citt, Ma, come dicevamo all'inizio, non  tanto questo ci che veramente conta, s piuttosto la riflessione sul senso di ci che si sta facendo e operando con l'occhio costantemente rivolto tanto al passato quanto al futuro. Il crollo del fascismo si configura cos, vien detto a met circa del sesto capitolo 6 , come il crollo di false verit e di false e orgogliose presunzioni acriticamente assimilate, come il salutare principio di rinnovamento interiore oltre che come un rinnovamento della vita collettiva: il passo invero pi difficile da compiere, la coscienza che si fa finalmente autocoscienza. Scrive Meneghello: Non si poteva dare la colpa al fascismo dei nostri disastri personali: era troppo comodo. Come non si poteva sperare che, rimosso il fascismo, tutto sarebbe andato a posto. Di qui pertanto le serrate domande: Che cos' l'Italia? che cos' la coscienza? che cos' la societ? Domande?-?a voler dire sul serio tutta la verit?-?che attendono ancor oggi una risposta. Merito dello scrittore vicentino  di averle poste in modo cos nudo e schietto; e in un contesto cos problematico.

Alla ricerca di un luogo perduto

9 Se I piccoli maestri possono considerarsi un libro che va alla ricerca di come l'autore sia giunto a conquistarsi una piena coscienza civile, quello che l'ha preceduto od  nato contemporaneamente ad esso tra gli anni Cinquanta e i primissimi del Sessanta, Libera nos a Malo , retrocede agli anni Trenta, il fascismo imperante. La prima immagine che esso consegna al lettore  quella di un bimbo che saltellando gioioso sul letto grande dei genitori viene felicemente cantando Alarmi sin fassisti, abasso i comunisti! e, subito dopo, quella dei ragazzini che si recano in chiesa nelle ricorrenze dovute e l, sotto lo sguardo severissimo di un Dio onnipotente, confessano al prete le brutte cose che sono venuti compiendo. Nei Piccoli maestri  il momento della riflessione portata su se stessi, sul proprio divenire persone adulte; in Libera nos a Malo ?-?titolo ironicamente giocato sul noto versetto di Matteo (6 13)?-?la ricerca viene portata, oggettivamente , su un luogo ormai perduto. E non tanto per rimpiangerlo quanto piuttosto per ricostruirlo; per rivederlo quale pi non  n pi sar; perch ci che scrive divenga una sorta di documento. Malo non  affatto, per Meneghello, ci che fu Combray per Marcel Proust;  una localit che gli sembra valga la pena di resuscitare non solo perch l ha vissuto, quasi fiore urbano di una societ contadina 7 , la sua infanzia e la sua adolescenza, ma quasi per essere di nuovo il cronista di un'intera comunit 8 . In quale lingua? I piccoli maestri venne sostanzialmente steso in italiano, ancorch intriso di voci e stilemi dialettali, ma si tratta pur sempre di un libro dai propositi alti quale appunto la formazione di una coscienza libera e indipendente; in quello di cui stiamo parlando l'intenzione prima fu per semplicemente il voler dare ragguagli, per far uso delle stesse parole di chi il libro scrisse 9 , di uno da Malo a quegli italiani che volessero sentirlo. Dunque, per via dei fruitori, ancora una volta in italiano. Ma  davvero possibile rappresentare fino in fondo, fino alle radici, un mondo che pensa e s'esprime in un linguaggio tutto diverso? Un mondo che possiede, soltanto ed esclusivamente, una lingua parlata e della quale, soltanto ed esclusivamente, si  nutrito e si nutre? La traduzione del dialetto, della lingua materna, in un linguaggio ufficiale imparato catechisticamente a scuola non rischia d'implicare, quasi per forza di cose, inevitabili deformazioni o spiacevoli fraintendimenti? Questo dovette essere?-?e fu?-?il dilemma del nostro scrittore quando si accinse a dar vita a questa sua opera che, sostanzialmente,  l'affettuosa ricerca, ancorch critica e ironica ma sempre colma di considerazioni e di riflessioni, non gi di un tempo, ma di un luogo ormai perduto e che pur doveva sopravvivere, quasi emblema delle piccole patrie (quanto meno) di molti suoi lettori. E quale infine la soluzione? L'inserimento, sulla base di un italiano sovente persino fortemente letterario, di tasselli crudelmente dialettali, ma tali da rendere immediatamente, come dal vivo, una situazione, una scena di vita, uno stato d'animo, un costume, una tradizione; tali insomma da trasformare l'analisi antropologica in un quadro artistico. Faccio un esempio. Nel quattordicesimo capitolo, laddove Meneghello rievoca i modi di vivere del proprio paese, le mentalit e le dure fatiche di chi l'abitava, si viene a parlare delle donne che lavoravano in filanda. Leggiamo (p. 100):

Le quattro filande erano l'industria massima [di Malo]: tutte le donne del popolo o prima o poi andavano o erano andate in filanda, con orari, salari e condizioni di lavoro che riescono oggi quasi incredibili. Quando la filanda andava, c'era un fracasso alto e continuo di macchinari antiquati, e in mezzo, come un lamento acuto, il canto delle filandiere stordite:

Santa Madre, deh Voi fate

che le piaghe del Signore

sino impresse nel mio cuore.

10 E immediatamente dopo, con uno stacco quanto mai significativo, ecco come il racconto riprende.

Polenta e cipolla, polenta e anguria. Le filandiere uscivano a mezzogiorno, rientravano alla cuca tra la mezza e un btto. Per questo breve lunch hour non tutte correvano a casa; quelle che venivano da lontano si sedevano lungo i due marciapiedi, di qua e di l della strada. Dai cartocci di carta gialla tiravano fuori la polenta e lo stupefacente companatico.

Oltre alle filiere vere e proprie sapevo che c'erano le scoattne e le ingroppne, nomi di sogno. Scoattne! Ingroppne! Non pareva credibile guardando queste donne e ragazze col colore dei bachi da seta sul viso.

Ristorate, dopo una mattina di lavoro, tornavano dentro a lavorare alle bacinelle di acqua bollente fino a sera, invocando in alte grida la Santa Madre del cielo, chiedendo le piaghe.

11 Orbene: questo intarsiare il dettato con espressioni tipicamente dialettali e con cadenze popolari (Quando la filanda andava) indica di fatto la volont, peraltro espressamente dichiarata dallo scrittore, di raccontare le vicende dall'interno, ossia dal punto di vista di chi le vive, le soffre o vi  rassegnato, senza tuttavia nel contempo, come dimostra ad esempio il tassello inglese lunch hour (pausa-pranzo), rinunciare a un oggettivo sguardo critico su questi criteri, allora vigenti, di sfruttare il lavoro femminile. Tant' vero che immediatamente dopo, sulla scorta di uno studio di Hannah Arendt (The Human Condition), Meneghello richiama la distinzione che in inglese si fa tra labour e work, dove  col termine labour che si indica il lavoro-fatica, quel tribulare del dialetto che caratterizza soprattutto le societ contadine e si svolge sotto il segno della necessit; quel lavoro che bisogna rifare ogni giorno, ogni mese, ogni anno: la condanna e la schiavit primaria dell'uomo. Anche il canto che le lavoratrici della filanda intonano alla santa madre di Dio onde le piaghe del Signore siano impresse nel loro cuore e che sembra vincere, nell'accorata implorazione, il fracasso degli antiquati macchinari in uso,  un tratto molto significativo di come il tribulare, il labour divenga, in chi quotidianamente e faticosamente lo compie, una necessit, un imperativo, un Bisogna!.  pertanto naturale che questo Libera nos a Malo dello scrittore vicentino, cos ricco di osservazioni sociologiche ma soprattutto linguistiche e che nel suo ricchissimo apparato di note (di lingua) cerca di illustrare ed esemplificare un metodo di lavoro, venisse salutato?-?al suo apparire?-?come un caso; che il suo autore venisse persino ritenuto una sorta di archeologo dei luoghi dell'infanzia e che infine le sue pagine abbiano costituito la delizia di studiosi di semantica di tutto rispetto come un Cesare Segre, una Maria Corti o un Pier Vincenzo Mengaldo. Ma  altrettanto vero che l'interesse che il libro suscita non si esaurisce qui.

12 Il suo contenuto si svolge su diversi nuclei narrativi. I primi dodici capitoli sono centrati sull'infanzia e prima adolescenza dell'autore, in una sequenza di quadri che possono avere come sfondo solai o banchi di scuola, che possono essere evocati da figure di vecchie maestre o dai primi dubbiosi sguardi d'amore, o che possono venir suscitati dalla memoria di un campo da gioco o di una particolare cadenza dialettale; un caleidoscopico turbino di vicende, incontri, baruffe molto spesso cadenzato sul ritmo di strofette o canzoncine irriverenti, battute salaci o sguaiati sberleffi:

Me pare me mare

me manda cagare

el prete me vede

mi taco scorde.

13 Inutile sottolineare che Combray  lontanissima.

14 I tre che seguono, da uno dei quali abbiamo tratto il passo citato in precedenza, sono dedicati a Malo, all'aspetto del paese, ai suoi costumi e tradizioni, alla sua storia e persino alla sua lingua; una lingua che, scrive affettuosamente Meneghello (p. 107), parlata in quelle piazze e strade che rappresentavano la nostra agor, a differenza di quella attica non si scriveva ma era ricca e flessibile e che permetteva di riprodurre, come in uno specchio di parole, il quadro rallegrante di una vita fatta non solo di triboli ma anche di incontri, di avventure, di capricci alati, di riflessioni, di liberi eventi.

15 Si passa quindi a evocare le memorie familiari su due o tre generazioni precedenti quelle dell'autore, e tutto in una ricerca che sembra (la spregiudicatezza mescolata alla piet) la ricerca delle stesse pi profonde radici di un'esistenza ormai sepolta. Ed  qui che compaiono, ancora una volta in fitta sequenza, una serie di personaggi della famiglia Meneghello (composta di due diversi rami) che avvincono e divertono il lettore per l'icasticit in cui vengono rappresentati nella loro vita ormai trascorsa. Quella del nonno in particolare, di quel nonno che viaggiava col calessino, portava un cappello con la tesa, aveva enormi fazzoletti rossi e mangiava pane di segala per via del diabete, e che, sul letto di morte,  ossessionato dalla zia Adele la quale, come invasata, pretende che il moribondo ripeta la giaculatoria giusta: Ges...?-?Giuseppe...?-?Maria...?-?assistetemi?-?te l'ultima?-?gona (cit., pp. 113-14). Qui non c' solo la descrizione di una morte: c' la raffigurazione vivida di un costume e di una mentalit: libera nos a malo, appunto. Poi, pi vicini nel tempo (la vita del nonno era cominciata 1866 anni dopo l'Incarnazione), le figure degli zii e delle zie; quella dello zio Checco che in Isvizzera aveva persino conosciuto Benito Mussolini, o quella del padre che, con i fratelli, gestiva un'azienda di autoservizi e un'officina meccanica; onde lo sguardo retrospettivo finisce per indugiare a lungo sulla passione per i motori e di qui, come per naturale conseguenza, sulle prime compagnie giovanili, e dunque inevitabilmente sul sesso, sulle morose, sui preti, sulla religione. Si comincia a conoscere il mondo; ci si inizia alla vita e di tale conoscenza e di tale iniziazione I piccoli maestri costituir l'approdo conclusivo: non per nulla i capitoli finali di Libera nos a Malo sconfinano negli anni della guerra, in quelli della lotta partigiana, in quelli finalmente del dopoguerra, della luce al neon e persino della televisione. Ma con un'amarezza intrisa di nostalgia. Tutte le forme di vita muoiono?-?scrive Meneghello nelle sue ultime pagine -; ed  naturale, per quanto possa apparire incredibile a chi di certe forme di tale vita si  nutrito, che ci avvenga, e che avvenga dunque anche a Malo e a chi l  sempre vissuto. Non per nulla  una filastrocca infantile a sigillare questo estroso racconto della ricerca di un luogo perduto; la filastrocca del volta la carta. La volgi, questa carta, dieci venti e trenta volte e sempre compare una nuova memoria, un nuovo luogo, un nuovo modo d'essere o d'essere stati. Ma viene pure il momento che, la carta rivoltata, nulla pi compare: volta la carta la ze fina. Allo scrittore il compito di ricercare il modo di far rivivere tradizioni e personaggi ormai scomparsi o apparentemente scomparsi. Le nuove forme che siffatte tradizioni assumeranno avranno sempre, per coloro che ad esse succederanno, un sapore antico. E la ricerca non avr mai fine.

Note

1 Una nuova edizione di Libera nos a Malo, con alcuni ritocchi, venne pubblicata nel 1975 da Rizzoli e cos, l'anno dopo, avvenne per I piccoli maestri (dalle quali edizioni le nostre citazioni). Va infine detto che le Opere di Meneghello sono state edite dallo stesso Rizzoli nella collana Classici Contemporanei Rizzoli: il primo volume nel 1993 (ristampato quattro anni dopo) a cura di Francesca Caputo e con prefazione di Cesare Segre; il secondo nel 1997, sempre a cura di Francesca Caputo e con prefazione di Pier Vincenzo Mengaldo. Tornato in Italia, Meneghello  morto a Thiene nel 2007.

2 In Fiori italiani, del 1976, Meneghello esaminer a fondo i problemi dell'educazione scolastica negli anni del fascismo.

3 Vd. L. Meneghello, I piccoli maestri, Rizzoli, Milano, 1976, p. 63.

4 Sempre nei Piccoli maestri, cit., pp. 36-37.

5 Cos nella Nota alla seconda edizione dei Piccoli maestri, cit. p. 232.

6 Vd. pp. 104-5.

7 Cos si definisce a p. 97 di Libera nos a Malo, Rizzoli, Milano, 2006.

8 Cos ancora nella Nota all'edizione citata, p. 252.

9 Ivi.

IV. Epilogo: solo cronista o anche narratore?

1 Due parole, qui infine, come a provvisorio epilogo di questo rapido e mirato excursus sui nostri ultimi narratori, mirato nel senso che, a giustificazione delle scelte compiute, non solo possiamo ripetere che non omnia possumus omnes ma, soprattutto, che il quadro che qui abbiamo dato  s un quadro generale della narrativa contemporanea ma che non si  proposto una rassegna d'essa in modo esaustivo. D'altra parte il tema di fondo che questo lavoro si  dato  il seguente: verso quali orizzonti, nel suo progressivo mutamento, si orienta il romanzo attuale? Che esso non sia pi quello trasmessoci dalla grande arte realista del pieno e tardo Ottocento  un fatto scontato, ma che anche quello sortito dalle stesse grandi avanguardie letterarie ed artistiche europee del primo Novecento sia venuto via via declinando, anche indipendentemente dalle critiche molto serrate da parte di una corrente di pensiero molto notevole ancorch oggi non pi di moda, la marxista,  un fatto altrettanto scontato. Negli scritti occasionali di polemica e politica letteraria di un grande scrittore come Italo Calvino?-?che di questo problema di fondo si rese ben conto e lo rivisse in certo modo nel suo stesso operare letterario passando da una scrittura ancora immersa nella temperie del breve periodo della Resistenza (con ci che questo significava non solo sul piano politico ma anche su quello dell'arte) ad una di pi spregiudicata libert inventiva fino ad approdare agli esiti ultimi che sembrano preludere alla dissoluzione stessa del romanzo; in questi suoi scritti?-?dicevo?-?sull'arte e sulla funzione dell'arte,  quanto mai significativo che i nomi di Lukcs o di Hegel, che pure erano sempre presenti, e in senso positivo, quand'egli ne veniva discutendo negli anni Cinquanta, spariscano in seguito, sostituiti da quelli che via via le mode comportavano. Evidentemente si tratta o di una tacita concessione delle disillusioni prodotte dal marxismo anche sul piano del rinnovamento estetico (dopo quelle socio-politiche insorte con la progressiva sclerotizzazione dell'Unione Sovietica o ritenuta tale), o di un adeguamento alle nuove concezioni dell'arte nel clima del sempre pi trionfante capitalismo borghese: assurdit del mondo, negazione dei valori della Storia, assuefazione ai principi inneggianti al pi spregiudicato individualismo, seduzione dell'infinito possibile e via elencando.

2 Andr tuttavia osservato che il trionfo del capitalismo su scala mondiale, soprattutto dopo la scomparsa del suo acerrimo avversario rappresentato dal socialismo nella versione del comunismo, fece esplodere, con il suo benessere sociale o presunto benessere, anche quel male profondo e quella tabe di cui era consustanziato: la corruzione, la progressiva perdita dei valori morali e del senso di solidariet umana, la progressiva assuefazione al cinismo e al pragmatismo. Gi nel 1513 Niccol Machiavelli iniziava cos il suo diciottesimo capitolo del Principe: Quanto sia laudabile in uno principe il mantenere la fede e vivere con integrit e non con astuzia ciascuno lo intende; nondimanco si vede per esperienza ne' nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con l'astuzia aggirare e' cervelli delli uomini e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati sulla realt. Essere e dover essere. Capitalismo e socialismo (da un punto di vista etico).

3 Non  certo qui il caso di fare anche il pi rapido profilo del degrado che dovette subire, dagli anni Settanta in poi, la vita politica italiana, soprattutto nel settore finanziario. Il caso Cefis fu emblematico ma molto peggiore fu il caso Sindona che, forte dell'appoggio della mafia oltre che del Vaticano e della massoneria, cre uno dei maggiori imperi finanziari d'Europa. Gi nel 1967 la polizia americana aveva messo in guardia i colleghi italiani informandoli che Sindona era coinvolto nel traffico di stupefacenti e nel riciclaggio del denaro mafioso. Ma il finanziere siciliano aveva protettori potenti e il governo italiano non mosse un dito. Solo quando una banca americana croll, le pi severe regole in vigore degli Stati Uniti misero in luce manovre sospette e la fragilit del sottostante sistema finanziario. Sindona fu messo in stato d'accusa negli Stati Uniti, ma per molti anni i contributi versati ai principali partiti italiani gli permisero di evitare l'arresto in Italia. In tanta palude di sorde complicit e turpi connivenze, a emergere fu il retto e inflessibile comportamento di un avvocato milanese, Giorgio Ambrosoli che, conservatore liberale convinto, nominato commissario liquidatore della banca di Sindona (la Banca Privata Italiana), in data 11 luglio 1979 mor assassinato cos sigillando il suo stile di vita assurdamente improntato (si direbbe) alla rettitudine e all'intransigenza. Il caso, da noi, diverr poi celebre perch un giornalista di particolare impegno e di notevoli doti letterarie, Corrado Stajano, scriver quel libro, Un eroe borghese (Einaudi, 1991), che porter anche l'autore alla notoriet.

4 Se abbiamo evocato questo fatto  perch  avvenuto ed avviene, da un lato, che la degenerazione dei sentimenti favorita dalla mentalit capitalistica genera ancora delle forti reazioni e, dall'altro, perch anche dei modesti cronisti, quando naturalmente, rarum genus, abbiano una salda formazione classico-umanistica, possono competere col narratore. Quando infatti, come nel caso di questo Eroe borghese, la fitta documentazione e l'assidua ricerca negli archivi sa unirsi all'intensa riflessione sui dati esposti e narrati e tale riflessione, non raramente, concentrarsi e come solidificarsi in pungenti massime dal valore perenne o in ampi squarci evocativi di precisi sentimenti umani, non  pi il caso di parlare di cronaca ma ben pi propriamente di narrazione. Per fare un esempio illustre si pensi a quelle tante pagine dei Promessi Sposi che raccontano prima della carestia e poi della peste e del celebre delirio degli untori scatenatisi nella Milano attorno al 1630 (senza dire della Colonna infame) e che, se pur spiacquero a Goethe, rimangono in realt forse il punto pi alto, anche ideologicamente, dell'arte manzoniana.

5 Senza indulgere troppo in queste pagine d'epilogo, sar opportuno anche dire che questa sorta di romanzo indiretto o dimidiato diviene piena e originale narrazione quando il cronista, come spinto da una vocazione da tempo repressa ma finalmente liberata, fa intervenire il proprio io?-?la propria esperienza privata, la propria educazione morale, la propria gamma sentimentale?-?a contatto diretto con la comune realt di cui viene narrando. , per rimanere nell'ambito della produzione di Stajano, il caso di un libro che questo autore ha pubblicato presso Garzanti nel 2001 e che porta come sottotitolo Racconto di un italiano, quasi a sottolineare appunto il passaggio dal resoconto cronachistico alla vera e propria narrazione.  il rendiconto, in forma diaristica rispettivamente dell'agosto-settembre del 1998 e del gennaio-febbraio dell'anno seguente, della visita che l'autore, a pi di un mezzo secolo di distanza, ebbe a fare alle sue due patrie, la siciliana Noto dove nacque suo padre e la lombarda Cremona in cui, da madre cremonese, vide la luce lui stesso?-?patrie ormai smarrite (e questo  appunto il titolo del libro) in quanto da anni Stajano risiede a Milano. Orbene: tale recherche non  affatto impostata, liricamente o proustianamente, a una ricerca di s; o non  almeno questo lo scopo principale del lavoro. Suo fine  piuttosto ancora una volta la rievocazione storico-archivistica (lo scrittore fruga infatti tra le carte dei memorialisti locali e ne riporta sovente intere pagine) di vicende che ebbero a interessare la pi comune storia nazionale; ascolta quelle voci, fa resuscitare quei tempi, li confronta con quelli attuali, ne trae riflessioni e considerazioni spesso molto notevoli. A Noto sar particolarmente quello sbarco alleato a conclusione della seconda guerra mondiale che dividendo per un certo periodo di tempo la penisola in due parti imped che il Mezzogiorno potesse conoscere (tranne forse a Napoli) il fuoco rigeneratore della Resistenza; a Cremona, indagando a fondo (anche su memorie familiari) il ventennio in cui gli agricoltori del luogo fecero un fascio unico col fascismo del ras Roberto Farinacci, a campeggiare sar proprio quel feudo nero nelle cui viscere, come ancestralmente, gi si annidavano le insensatezze verdi della Lega. Ancor pi vasto e drammatico (Garzanti, 2009) il quadro che ci ha di recente offerto con La citt degli untori, Milano, la citt nella quale Stajano ha prevalentemente vissuto ed operato e che, da capitale morale?-?com'era definita enfaticamente un tempo?-? divenuta la capitale della politica e della finanza mafiosa.

6 La corruzione, la mafia, la camorra, Gomorra. Del coraggioso, spietato e brutalmente appassionato atto d'accusa che Roberto Saviano, ai giorni nostri, ha scatenato contro i casalesi del Casertano, voglio qui ricordare solo le parole che ebbe a scrivere un ragazzino chiuso in un carcere minorile. Suonano (p. 134):

Tutti quelli che conosco o sono morti o sono in galera. Io voglio diventare un boss. Voglio avere supermercati, negozi, fabbriche; voglio avere donne. Voglio tre macchine, voglio che quando entro in un negozio mi devono rispettare, voglio avere magazzini in tutto il mondo. E poi voglio morire. Ma come muore uno vero, uno che comanda veramente. Voglio morire ammazzato.

7 In questi voglio da samurai liberista  la suprema Tavola della Legge dell'attuale capitalismo, da tutti sostanzialmente condiviso. Nelle moderne democrazie?-?cosa che  solitamente sottaciuta?-?le dimensioni della corruzione nella quale siamo sommersi dipendono di fatto dalla cultura sociopolitica quale si  venuta storicamente evolvendo in ogni singolo paese: da noi, per un solo esempio, dall'abdicazione dello Stato ai suoi precisi doveri nel Mezzogiorno  insorta quella questione meridionale che ha inevitabilmente prodotto un'ormai difficilmente estirpabile collusione tra politici, uomini d'affari e funzionari pubblici. La corruzione  divenuta endemica e non  pi soltanto confinabile all'Italia meridionale. Se questo nostro giardino  ormai un autentico rigoglo di sterpi lo si deve anche al definitivo abbandono, quando non addirittura all'irrisione, di quelle semplici massime in cui, ad esempio un Montaigne, faceva consistere la salute del ben vivere: non ambire a levarsi verso l'alto ma procedere con ordine, esser capaci di trovarsi bene ovunque la fortuna ci porti, augurarsi che la morte ci colga mentre piantiamo un cavolfiore nel nostro giardino. Nella sua pars destruens ci sembra, per il momento, affidato al miglior giornalismo; nella sua pars costruens al romanzo si aprono ancora molte possibilit.

8 Varr pertanto la pena, proprio qui in conclusione, di fare almeno un cenno a quel libro che nel 1994 decret giustamente il successo e la celebrit del suo autore: il Sostiene Pereira del pisano Antonio Tabucchi, studioso di letteratura portoghese e traduttore di Fernando Pessoa. Raramente la nostra narrativa contemporanea ci aveva offerto un testo cos armoniosamente equilibrato e cos singolare nel suo quieto ma tenace procedere verso uno scioglimento s privato ma al contempo esemplare per gli uomini di buona volont. Nel Portogallo della dittatura di Salazar, nell'Europa alla vigilia del tragico conflitto e nelle dittature di Hitler in Germania e di Mussolini in Italia (oltre che nella catastrofe della guerra civile spagnola?-?siamo nell'agosto del 1938), assistiamo, come s' appena detto, al lento ma tenace passaggio della coscienza di un onesto e serio giornalista dall'indifferenza all'impegno, dal quieto vivere al rischio, da un'esistenza teneramente immersa nel conforto del passato ad una protesa verso la conquista di un domani pi libero e pi giusto. Storia di una conversione? Non direi se si dovesse pensare alle Confessioni agostiniane e al cuore del loro protagonista perennemente esibito sul palcoscenico delle sue vicende. La vicenda, la conversione di Pereira, anzi del dottor Pereira?-?quest'uomo modesto e di buona cultura che non alza mai la voce, che parla tranquillamente con il ritratto della moglie da poco scomparsa, che ha svolto e svolge tuttora il suo lavoro con probit?-? come l'inevitabile conversione alla quale  spinto dalla Storia che infuria nel mondo con tutti i suoi orrori. La smetta di frequentare il passato; cerchi di frequentare il futuro lo ammonisce il suo medico che  anche psicologo. E a queste parole l'ammonito dice semplicemente: Che bella espressione! Frequentare il futuro. Che bella espressione: non mi sarebbe mai venuta in mente. Ecco:  in questa sommessa semplicit in cui lo scrittore ha saputo, genialmente, avvolgere tutti i rovelli della vita interiore (onde anche, sia detto di passata, quello strano sostiene Pereira che costella costantemente ogni pagina del libro);  in questa scoperta, vorrei persino dire, di quella savia e sapiente modestia che pur dimora in ogni uomo, che consiste la chiave che informa questo piccolo capolavoro. E che infine ripropone di nuovo la Storia come la fonte insostituibile d'ogni forma narrativa.
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FINE.